17 maggio 2020

Gaming: un’esperienza di libertà

 

Quando, in piena emergenza Covid-19, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che il videogioco fosse da considerarsi un’attività ricreativa positiva, in quanto modalità di socializzazione sicura e al tempo stesso coinvolgente, non si è potuto trattenere un fugace sussulto di soddisfazione. Fino a non molto tempo addietro, infatti, il medesimo organismo transnazionale si occupava con zelo di inserire il gaming disorder tra le patologie da abuso e dipendenza presenti nell’ICD (International Classification of Diseases), la classificazione internazionale delle malattie. A prescindere dalla correttezza di tale scelta e dall’opportunità di individuare come malattia una specifica “dipendenza da videogiochi” (le basi scientifiche restano piuttosto deboli), il problema centrale restava quello che in fondo ha sempre afflitto il videogioco: la sua percezione sociale.

 

Il videogioco, infatti, sembra avere da sempre tutte le caratteristiche perfette per farsi erroneamente definire, specialmente da coloro che non sono avvezzi a praticarlo, finendo per incutere timore e diffidenza. Lo chiamiamo “videogioco” e il termine ci rimanda all’infanzia, eppure il medium tratta anche tematiche adulte, talora raccontando e rappresentando situazioni violente o magari (molto più di rado) di natura erotico-sessuale. Essendo interattivo, ci mette nei panni dei protagonisti, facendoci compiere azioni in prima persona, e se il nostro alter ego non è proprio uno stinco di santo, ciò genera ulteriore allarme. Infine, il videogioco è multisensoriale, estremamente coinvolgente e sempre più immersivo: che ci isoli dalla realtà? Nel momento in cui osserviamo un giocatore indossare un visore per la realtà virtuale, la paura si addensa.

 

Il videogioco, insomma, ha sempre destato scandalo e preoccupazione, bersaglio perfetto per benpensanti e passatisti che, chiusi nelle loro torri d’avorio, hanno sempre preferito trincerarsi dietro un comodo pregiudizio piuttosto che informarsi e sperimentare qualcosa di nuovo. Un grave errore, perché avrebbero scoperto ciò che, oggi più di ieri, intere generazioni stanno vivendo: che il gaming è una delle più rivoluzionarie e innovative espressioni di libertà.

 

Tanto per cominciare, i videogiochi non sono soltanto giochi; anzi, talvolta non lo sono proprio! Il videogioco è infatti un’opera interattiva, che sa utilizzare la forza espressiva di tutti i linguaggi, arricchendola inoltre con l’elemento dell’interattività. Rispetto ai media tradizionali, che ci vedono fruitori passivi, il videogioco (ora sappiamo cosa significa questa parola) ci costringe ad agire. Pensate a tutti coloro che temono l’effetto di indottrinamento scatenato dalla televisione: il gaming scardina il paradigma, perché l’utente è attivo. Se desidera andare avanti, deve destarsi dal torpore, capire che cosa sta accadendo e poi compiere un’azione. Un messaggio di libertà: non limitiamoci ad ascoltare e subire, ma combattiamo per raggiungere degli obiettivi. C’è molto di più. Il videogioco promuove sin dall’inizio la partecipazione e la socialità: nato come sfida multigiocatore già nelle sue prime iterazioni (Tennis for Two, 1958; Spacewar!, 1962; Pong, 1972), ha in realtà sempre promosso l’esperienza condivisa. Decidere insieme la mossa tattica da compiere, alternarsi nel cercare di superare un livello, lambiccarsi con gli amici per venire a capo di un enigma… sono solo esempi di qualcosa di classico. Il videogioco si vive spesso insieme.

 

Con l’evolversi della tecnologia, poi, le possibilità si sono moltiplicate: il cosiddetto sport elettronico (eSport) ha creato nuovi spazi di competizione e di socialità sportiva, per non parlare di inaspettate frontiere imprenditoriali e occupazionali; le modalità di gioco on-line cooperative, poi, hanno generato infinite possibilità di tessere amicizie e nuovi rapporti tra persone di tutte le parti del mondo. Il gaming libera dalle restrizioni geografiche, ma, in gran parte, anche dalla sperequazione sociale: con tecnologie sempre più abbordabili, posso raggiungere ogni angolo della Terra e gareggiare o fare squadra con persone che posso conoscere e apprezzare a prescindere dal loro aspetto fisico, dalla loro etnia, dal loro sesso o da qualsiasi altra caratteristica fisica o intellettuale: un ritorno alla comunanza di anime, dove, nell’atto dell’esperienza interattiva, due o più spiriti affini possono conoscersi e imparare ad apprezzarsi. Anche ad amarsi, a volte. La libertà è ridotta per l’esigenza di  un costoso hardware come personal computer o console da gioco di nuova generazione? Sempre meno, perché il cloud gaming ci permette di giocare con soltanto un collegamento alla rete, un joypad e uno schermo. Infine, l’esperienza interattiva, ancor più se immersiva in realtà virtuale, può a volte liberarci, almeno in parte, dei nostri limiti fisici, permettendo ad esempio a un disabile di esplorare luoghi altrimenti preclusi, quasi come si trovasse lì. Con molti limiti, questo è certo, ma che sono destinati a ridursi sempre più.

 

Con un fatturato annuo che nel 2020 toccherà i 160 miliardi di dollari, aumentando ulteriormente del 10%, l’industria dei videogiochi non accenna a frenare. Anzi, durante la pandemia, nel tremendo mese di marzo, sotto lockdown, ha registrato numeri record, muovendosi in controtendenza. Se la ragione apparente sembra ovvia (rinchiusi in casa, ci si dedica ai videogiochi in mancanza di alternativa), credo si debba però andare alla ricerca di un significato più profondo, che parte dalla constatazione che i trend record erano già consolidati ben prima dell’incubo Coronavirus. Il fatto è che, nel nostro mondo, dove la tecnologia e le connessioni sono ormai così sviluppate, il virtuale è sempre più reale. Sempre più spesso e in sempre più circostanze, incontrarsi “virtualmente” non è meno reale di incontrarsi “fisicamente”. Pensiamo al lavoro: nascono aziende prive di ufficio, ottimizzate, a impatto ambientale zero. Pensiamo alla didattica: oggi l’on-line è un obbligo a tratti doloroso, domani sarà una fondamentale modalità educativa parallela e complementare. Si potrebbe continuare per tutti gli aspetti, primari e non, della nostra società, ma la verità è che il gaming contiene in sé questo germe di rivoluzionaria liberazione da schemi, limiti e vincoli. Una libertà nuova e reiterata che esplode dai pixel dei nostri videogame, dai poligoni dei nostri avatar tridimensionali, per investire una società che era fin troppo statica, bloccata. Nella sua drammaticità, la pandemia ha quantomeno liberato delle energie. Starà a noi trattenerne gli effetti benefici, perché, quando avremo finalmente riconquistato la nostra quotidiana normalità, potremmo trovarci nella invidiabile condizione di avere conquistato un mondo migliore.

Chi lo avrebbe mai detto, negli anni Settanta, di fronte a un semplice giochino elettronico?

 

Crediti immagine: sezer66 / Shutterstock.com

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