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07 marzo 2017

Gaslighting, nuove pratiche di manipolazione

di Nicola Boccola

Certamente ricorderai Amélie Poulain, la solitaria e sognatrice protagonista della pellicola culto dei primi anni Duemila Il favoloso mondo di Amélie. La dolce parigina intende rimediare ai torti veri e presunti che la vita riserva alle persone e a metà film si trasforma in un’efferata psicopatica: con l’intento di punire il fruttivendolo di quartiere, reo di maltrattare un collaboratore, si infila in casa sua sconvolgendo il piccolo ordine che vi regna. Il maleducato negoziante, fiaccato da una serie di perfidi scherzetti (crema da scarpe al posto del dentifricio, maniglie spostate, pantofole dello stesso modello ma di taglia più piccola che si sforza di indossare), avrà un esaurimento e si rifugerà in clinica psichiatrica.

La scena ben descrive il fenomeno del gaslighting, definito come una serie di comportamenti manipolatori – come fornire false informazioni o negare ciò che si è appena affermato – volontariamente attivati per minare la fiducia di base della vittima, la cui memoria e giudizi di realtà saranno sconvolti con grave pregiudizio per l’equilibrio mentale. L’etimo sorge da un altro film, Gaslight del 1944, opera del regista americano George Cukor: il titolo si riferisce al costante, lieve affievolimento delle luci a gas da parte di un marito, interpretato da Charles Boyer, che malignamente nega l’evidenza del fenomeno di fronte alla sua progressivamente confusa e sconvolta coniuge (Ingrid Bergman, che per il ruolo vinse il premio Oscar). Negli Stati Uniti si comincia a parlare di gaslighting negli anni Settanta, anche in conseguenza delle scorribande della banda di Charles Manson che, prima delle feroci stragi dell’estate del 1969, si divertiva a penetrare nelle case vuote, spostando gli arredi senza rubare nulla. In Italia il termine conosce un’improvvisa fortuna dal 2012, allorché l’Ordine degli psicologi inserì la fattispecie nelle Linee guida per l’accertamento e la valutazione del danno alla persona: curiosamente fu pubblicato con un refuso, “gaslhiting”, esempio della frequente disattenzione al lessico di alcuni psicologi nostrani, tanto canzonata dal compianto psichiatra Giovanni Jervis.

I gaslighter sono tipicamente familiari e partner che sviluppano la manipolazione all’interno della relazione di affetto, anche se alcuni sociologi hanno attribuito il comportamento a leader politici; ultimi esempi Putin con la sua subdola disinformacija sulla guerra in Crimea, o Trump con le sue affermazioni variabili a seconda dell’interlocutore. La violenza del manipolatore non è evidente ma nascosta: le tecniche di induzione della follia variano dal proferire bugie spudorate, con l’assoluta negazione delle genuine prove della menzogna da parte della vittima; il coinvolgimento strumentale di ciò che è più caro e vicino, come i figli; la costanza e la gradualità crescente, come nella triste storia della rana nella pentola che non si accorge di quando l’acqua diventa bollente; la profonda incongruenza tra parole, talvolta lusinghiere, e atti; il tentativo di mobilitare le persone contro la vittima, accusata di essere la persona bugiarda e pazza. La vittima, spesso una persona desiderosa di approvazione e affetto, passa attraverso fasi di incredulità, tentativi di difesa e infine depressione, che nei peggiori dei casi può condurre al suicidio. Il gaslighting può anche configurarsi come reato, rientrando negli articoli del codice penale sui maltrattamenti in famiglia o sulla violazione degli obblighi familiari e dando luogo, nel caso di sviluppo di una patologia, ai cospicui risarcimenti previsti in ambito civile per il danno esistenziale.

 


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