02 aprile 2015

Generazione GPII

Hanno provato a definirla in mille modi, l’italiana generazione X, quella dei nati fino agli ’80; ma forse l’unico modo per raggruppare credenti blandi o convinti, atei e agnostici cresciuti dopo gli anni di piombo, in un clima di surreale benessere, è definirli col nome dell’unico papa che a lungo hanno conosciuto. Generazione JP2: al comando la figura carismatica di quel pontefice pop, sciatore, attore, giocherellone e inesausto viaggiatore, capace di creare i primi raduni collettivi, le Woodstock cattoliche così simili al concertone del 1° maggio e ai grandi riti giovanili laici.

Per questo, prima dello sconcerto nel vedere il fine teologo Ratzinger vestire i panni più bianchi e piccoli del Papa, quasi fosse un usurpatore maldestro, c’erano stati i momenti degli abbracci oceanici. Piazza San Pietro è affollata, la sera del 2 aprile 2005, non gremita, ci si può camminare. Certo silenziosa, i rumori sono quelli delle candele che si accendono e delle preghiere sussurrate. Pochi giorni prima c’era stata la sua ultima apparizione: un muto saluto e un gesto di stizza, sorprendente, l’umana frustrazione del vecchio saggio ammalato, senza scampo. Mormora parole di gratitudine, le ultime, ai giovani raccolti nel colonnato avvolti da una serena tristezza, vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me, e di questo vi ringrazio. Per lui c’è il raccoglimento che si dedica alla morte di un nonno buono e sagace, abbracci, lacrime timide. I giorni successivi sono quelli del cordoglio ufficiale e del tripudio popolare: centinaia, migliaia, decine di migliaia si mettono in coda per omaggiare la salma di Wojtyla, già ribattezzato dai fedeli Giovanni Paolo Magno, adagiata nella Basilica di Pietro: saranno infine quantificati in tre milioni. La storia era diventata noi, noi che cresciuti nel triste raccoglimento individualista della tv commerciale avevamo fame di amore ed eternità, non di merendine. Il percorso è transennato, i volontari distribuiscono acqua. Ci si mette in fila con la convinzione di cavarsela in un paio di ore, ma c’è chi arriva ad attendere un’intera notte. Il percorso è tortuoso, dalla monumentale via della Conciliazione sgattaiola per i vicoli del borgo; quando si ritorna nella larga pista lo stanco pellegrino avvista la vicinanza della maestosa cupola illuminata e prova a bruciapelo la stessa sensazione di stupore e sottomissione degli omologhi dei secoli precedenti, prima che Borgo Pio fosse sventrato da decreto fascista annullando i giochi prospettici del Bernini. Una signora litiga lamentando piedi pestati, la stanchezza si trasforma in irritazione; i musulmani verso la Mecca ci sono abituati e li considerano malvagie suggestioni del diavolo, Iblis, a pochi passi dalla meta. La sosta davanti alla salma è consentita per pochi secondi prima di essere invitati a scorrere via: tempo per una preghiera o una foto - bontà divina, non era ancora invalsa la consuetudine dell’autoscatto. Passano sei giorni prima del funerale, con quel vento a burlarsi di cappelli cardinalizi e libri sacri e quella acclamazione che si fa slogan e urlo: Santo subito.

Passano pochi anni per nuove celebrazioni: la beatificazione del 1° maggio 2011 e la canonizzazione del 27 aprile 2014. Per l’occasione sono esposti cartelli con le frasi in romanesco pronunciate in un’occasione da Giovanni Paolo II: damose da fa', volemose bene. L’atmosfera gioiosa e gli abiti coloratissimi ricordano all’osservatore irriverente le sfilate del gay pride, quasi a voler respingere al mittente la taccia di sessuofobia mossa a suo tempo a Wojtyla. L’indotto per gli operatori turistici è notevole: si vendono candele, immagini votive, bottiglie di olio d’oliva e calendari col volto del beato-santo; lo stand degli intraprendenti Papaboys propone anche il pratico rosario elettronico.

Sarebbe arrivato il tempo di chi si adopera per illuminarsi della gloria altrui: l’allora sindaco Alemanno patrocina l’erezione di una statua a Wojtyla dedicata. Tolto il velo si palesa l’imbarazzo: nelle intenzioni dello scultore Oliviero Rainaldi c’è l’immagine iconica di Karol che nasconde sotto l’abito talare un bimbo in un gesto ludico e protettivo. Nella realtà, uno sproporzionato sosia di Mussolini con un incongruo vuoto centrale a richiamare depressione e angoscia, piuttosto. C’è chi prende la statua per vespasiano (non l’imperatore ma la garitta per fisiologiche emergenze); chi la ritiene un’eccellente pensilina d’autobus, visto che è a pochi passi dall’asfalto trafficato e dà le spalle alla stazione i cui viaggiatori intendeva concettualmente accogliere. La statua verrà poi ritoccata, ma osservarla offre l’occasione per riflettere sugli aspetti più controversi dei suoi 26 anni da vescovo di Roma: le critiche su misoginia e spregiudicatezza politica, lo sconcerto per quella foto sul balcone di Pinochet.

Di tutt’altro tenore le foto presenti nella mostra Giovanni Paolo II, curata da Maurizio Riccardi. Nell’atelier Spazio 5, a pochi passi dal Vaticano, sono esposti una serie di scatti intensi, pieni della vivida mimica del papa polacco. Particolarmente significativa è quella che ritrae Papa Luciani all’insediamento del suo breve pontificato insieme al suo successore cardinal Wojtyla, vincitrice del premio Internazionale Fotogramma d'oro nel 1979. La mostra è aperta al pubblico con ingresso libero, nei pomeriggi dal 2 al 12 aprile.


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