02 agosto 2017

Genitori in guerra

di Nicola Boccola

Secondo lo psicoanalista inglese Donald Winnicott la felicità del genere umano dipende da come i genitori crescono i figli. E nel mondo in cui oltre 1 miliardo e mezzo di persone vivono in un Paese impegnato in un conflitto, generando quasi 66 milioni di profughi – quanto il ventesimo Paese più popolato al mondo –  di cui buona parte bambini e 75 mila minori non accompagnati, questa affermazione appare in tutte le sue drammatiche implicazioni.

L’Organizzazione mondiale della sanità, non a caso, ha voluto inserire nel suo ultimo piano di azione la prevenzione dei disturbi mentali dovuti all’esposizione a eventi stressanti in giovane età, attraverso servizi specifici per il trauma psicologico che promuovano la guarigione e la resilienza. Il trauma è definito nella quinta edizione (2014) del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali come l’esposizione a morte reale, minaccia di morte, grave lesione o violenza sessuale, sia per esperienza diretta che per testimonianza diretta o indiretta. Dopo lunghi decenni in cui la letteratura scientifica ha sottovalutato il suo ruolo patogenetico, a partire dagli anni ’60 e sulla scia degli studi sui sopravvissuti ai lager nazisti si è arrivati a una maggiore comprensione di come il trauma sia coinvolto in una varietà di patologie mentali, a partire da quella direttamente correlata del disturbo post-traumatico da stress fino a quello reattivo dell’attaccamento.

Le traumatiche esperienze belliche possono lasciare un segno indelebile sui bambini coinvolti, anche attraverso la ridotta capacità di accudimento dei loro genitori. La letteratura scientifica mostra come siano tre le aree da sviluppare per un ottimale esercizio delle genitorialità: calore ed empatia; supporto sociale e capacità organizzativa; protezione dai pericoli. Solitamente nella nostra società accediamo a queste conoscenze in occasione delle separazioni e delle valutazioni del tribunale per l’affido (vedi cartone divulgativo); nel contesto di una guerra e delle migrazioni per evitarla, a possibili disagi in queste aree si aggiunge l’attivazione permanente e disfunzionale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che spinge l’individuo a sentirsi continuamente sotto minaccia, a trasalire per ogni rumore, a essere pronto per una reazione di attacco/fuga trascurando la complessa intimità del rapporto filiale.

Quali i possibili interventi? I tentativi psicoterapeutici devono tener conto delle insidie transculturali, a partire dalla diversità della lingua, oltre alle difficoltà pratiche di garantire un intervento sofisticato in chi è impegnato a lottare per la sopravvivenza. Il gruppo di ricerca dell’Università di Manchester guidato dalla psicologa Aala El-Khani ha invece creato un progetto che si è rivelato efficace nella sua apparente semplicità: dopo aver incontrato e ascoltato centinaia di genitori nei campi profughi di Siria e Turchia, captando difficoltà ed esigenze, ha inserito due opuscoli all’interno degli involucri del pane distribuito nei centri. Le informazioni contenute spaziavano dalle reazioni che potevano vivere come genitori (ad esempio, potreste trovare difficoltà a concentrarvi o prendere decisioni) e come arginarle (ad esempio, provate a ristabilire le routine, permettete a voi stessi e ai vostri bambini di piangere delle eventuali perdite) alle informazioni sui possibili cambiamenti nei bambini (ad esempio, riprendere a bagnare il letto, aggrapparsi ai genitori, piangere spesso, ciucciare il pollice) e come rispondere (non separarsi dai bambini per lungo tempo, sostenerli ed elogiarli). Strumenti pratici apprezzati (oltre il 60% di risposte alla richiesta di feedback finale) e fondamentali per guidare la ricerca e la pratica futura, particolarmente nel nostro Paese, che negli ultimi anni si è trasformato da terra di conflitti ed emigrazione in luogo di transito e arrivo.  

 


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