10 novembre 2016

Ghosting: meglio sparire che dare spiegazioni

di Nicola Boccola

Sparire senza lasciar traccia, rendersi invisibili e quindi ancor più desiderati sembra essere la rivoluzionaria scelta vincente nell’universo di microblogging e autonarrazioni che non interessano alcuno: lo sostiene il giovane papa dandy di Sorrentino, che cita gli artisti Banksy, Daft Punk, Stanley Kubrick, Salinger come esempi supremi di ponderosa assenza.

Assenza che forza e contagia i rapporti di coppia contemporanei: nel mondo anglosassone è stato chiamato ghosting - l'equivalente di diventare, rendersi un fantasma - quel fenomeno per cui una persona cara, fidanzato, flirt momentaneo o anche solo un’amica, si eclissa da ogni media per interrompere la relazione: telefono, servizi di chat, social network, email e naturalmente dal vivo. Questa scomparsa ad personam è sempre esistita, ma era riferita a pochi esemplari di (soprattutto) uomini che rifuggivano le responsabilità matrimoniali e si davano alla macchia. Nella società a misura di millennial, caratterizzata da una presenza pervasiva e ossessiva dei mezzi di comunicazione, il ghosting sembra essere divenuto molto più frequente: un sondaggio condotto dalla giornalista statunitense Nora Crotty riporta il coinvolgimento nel fenomeno, come agente attivo o passivo, di circa metà dei duecento giovani adulti da lei intervistati.

Benché diventi sempre più pratica comune, il ghosting conserva un potenziale tossico in chi cade vittima: è infatti dimostrato che il rifiuto sociale attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico. Ma è anche l’ambiguità di fondo a essere disturbante: in assenza di segnali è difficile interpretare i propri sentimenti e organizzare una risposta appropriata. Si potrebbe essere correttamente preoccupati per un improvviso problema di salute, o anche arrabbiati, o ipotizzare che si tratti solo di un momento di stress lavorativo e il fantasma rispunterà. Essere connessi agli altri porta a sviluppare un sistema, basilare per la nostra sopravvivenza, di monitoraggio delle reazioni sociali: esserne privati porta a un’inconsapevole disregolazione emotiva in cui è comune avvertire la sensazione di perdita del controllo.

Praticare il ghosting può rappresentare una forma estrema di comportamento passivo-aggressivo, tale da essere considerata in alcune occasioni alla stregua di crudeltà emozionale. Chi ne è vittima si sente non rispettato e usato, e può servire tempo prima che possa tornare la percezione di valere qualcosa ed essere degno di affetto e attenzioni. In mancanza dell’altro l’unica possibilità di riflettere sulla vicenda è mettere sotto la lente di ingrandimento il proprio comportamento, spesso con autocolpevolizzazione per non aver previsto o impedito che si verificasse. Il rimuginio conseguente è legato alle inconsapevoli operazioni mentali che continuamente operiamo per valutare la nostra posizione sociale, colorate da sentimenti di orgoglio o vergogna. Il rifiuto è un segnale forte di un basso status interpersonale e può essere patogeno per chi già presenta una fragilità di fondo.

Ma qual è l’identikit del fantasma? Si tratta spesso di individui focalizzati sull’evitamento di emozioni spiacevoli, al punto da non essere in grado di mentalizzare cosa il proprio comportamento possa causare nell’altro. Tendenzialmente egocentrici, immaturi e non empatici, dunque. Ma attenzione a non sottovalutare l’aspetto relazionale: la vittima di ghosting potrebbe essere stata persecutoria nella ricerca di contatto, e la scomparsa una facile soluzione alla proposta di un rapporto ansiogeno e invischiante. Capace di ricordare che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

 


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