2 maggio 2019

Giochi che vale la pena giocare

Octavian Morariu, capo della commissione di valutazione del CIO che ha esaminato la candidatura congiunta di Milano e Cortina per i Giochi invernali del 2026, l’ha definita «very solid», molto forte: due parole che inducono all’ottimismo in vista di un ritorno in Italia delle Olimpiadi a vent’anni dall’ultima volta, a Torino nel 2006.

Torino, già: agli albori della candidatura italiana deliberata dal CONI a luglio, il capoluogo piemontese, così come Milano e Cortina d’Ampezzo, aveva avanzato l’eventuale disponibilità per una candidatura autonoma, salvo poi essere inserita dal Comitato olimpico nel tridente che avrebbe potuto fregiarsi dell’ipotetica e immaginifica denominazione “Alpi 2026”. Tre città, tre diverse regioni, colori politici differenti: un’ipotesi mai del tutto digerita da Torino che così, a metà settembre, è uscita dalla bagarre, non senza polemiche, costringendo Malagò a predisporre un piano B, appunto Milano-Cortina, approdato a Losanna in ottobre assieme alla candidatura congiunta di Stoccolma-Åre e a quella canadese di Calgary.

Alla fase di valutazione dei dossier, tuttavia, in ballo sono rimaste solo due candidature, quella italiana e quella svedese. Il comitato promotore di Calgary, infatti, è stato costretto a ritirarsi nella seconda metà di novembre, a seguito della bocciatura da parte dei cittadini della proposta sottoposta a referendum consultivo: un no netto (56,4%), così come netto (54%) era stato anche quello della popolazione di Sion al termine della consultazione popolare dello scorso mese di giugno, in una fase ancora preliminare del processo. Ritiri che, assieme a quello di Graz (a luglio 2018, a seguito del mancato supporto del governo provinciale), certificano quanto l’immagine proiettata dalle Olimpiadi sia messa in difficoltà da uno spirito del tempo che, agli entusiasmi e alla poesia dei Giochi, antepone – a volte correttamente, altre sfruttando a proprio vantaggio argomenti e precedenti strumentali – la prosa dei dissesti economici causati proprio dall’averle ospitate. Un discorso che è valso per l’intero processo di candidatura per il 2026 – che ha visto anche, per motivi di diversa natura, le defezioni di Sapporo e l’esclusione di Erzurum – ma che si potrebbe analogamente fare per le Olimpiadi estive del 2024 (ricordate le polemiche sull’ipotesi Roma?) con il CIO che, chiedendo a Los Angeles di posticipare la propria disponibilità e i propri programmi di quattro anni, ha assegnato congiuntamente la XXXIII edizione a Parigi e la XXXIValla città statunitense, con un compromesso astuto e saggio che ha evitato altri imbarazzi nel percorso di candidatura al 2028, di fatto mai nato.

Il ballottaggio tra Milano-Cortina e Stoccolma-Åre verrà deciso a Losanna il prossimo 24 giugno, e a quel punto toccherà a chi avrà l’onore e l’onere dell’organizzazione smentire le Cassandre, soddisfare sul campo tutte le prescrizioni di Agenda 2020 (la roadmap del CIO che prevede la sostenibilità degli eventi in termini di costi ed efficienza) e contribuire a ridare lustro ad un processo che ha perso gran parte del suo fascino. Intanto però un’Italia litigiosa e che, negli ultimi anni, sotto l’aspetto politico-ideologico si è mostrata piuttosto fredda rispetto a qualsiasi ipotesi olimpica, ha scoperto che, in un contesto economico non esattamente florido, i Giochi potrebbero fungere da volano per la ripresa: un recente studio commissionato dalla Presidenza del Consiglio alla facoltà di economia dell’Università Sapienza di Roma ha infatti «verificato che le uscite dell’amministrazione centrale dello Stato per finanziare i giochi olimpici in questione, sarebbero compensate dagli introiti diretti e indiretti connessi alle attività sviluppate attorno ai giochi invernali nel periodo 2020-2028». Nell’analisi, l’aumento annuale del prodotto interno lordo viene stimato fra gli 81 e i 93 milioni di euro, mentre un altro studio dell’Università Bocconi prevede che l’investimento, stimato in circa 868 milioni di euro e costi operativi di 952 milioni, genererà attività per quasi 3 miliardi e un valore aggiunto di 1,2 miliardi, per uno Stato che si gioverebbe poi di un netto aumento delle entrate fiscali.

Numeri che hanno convinto il governo a firmare le garanzie finanziarie necessarie, riscoprendosi non più scettico. Così come scettico non è più neppure il nuovo governo svedese, che ha confermato il proprio pieno supporto alla candidatura di Stoccolma e ha incassato da quello lettone la disponibilità delle piste di Sigulda per le gare di slittino, bob e skeleton. Ma più che un rinnovato feeling con l’evento olimpico, è la campagna elettorale perenne ad avere aiutato il cambio di passo, tanto in Italia quanto in Svezia: con l’avvicinarsi della scelta, è difficile non farsi ingolosire dalla prospettiva di intestarsi un successo geopolitico – l’assegnazione di un’Olimpiade, comunque la si voglia vedere, è anche e soprattutto questo – a prescindere dallo scarso entusiasmo iniziale, anche perché ottenere l’organizzazione dei Giochi equivale ad un certificato di credibilità istituzionale. Poco importa, poi, se la credibilità giudicata è quella della proposta del comitato promotore e il successo è principalmente dell’istituzione sportiva che, dovesse essere scelta la soluzione italiana, sarebbe quel CONI uscito depotenziato dalla riforma dello sport.

Piuttosto, i Giochi invernali del 2026 saranno anche i primi in cui si sperimenteranno davvero gli effetti di Agenda 2020, che sostanzialmente modificherà quello che delle Olimpiadi, specie quelle invernali, abbiamo sempre conosciuto: la concentrazione, nel raggio di pochi chilometri, di strutture, eventi e villaggio olimpico (anche se quest’ultimo, in realtà, già a Sochi 2014 era dislocato in tre diverse sedi). Non sarà più così: tanto Milano-Cortina quanto Stoccolma-Åre presentano distanze significative fra i vari luoghi deputati alle gare (nel dossier italiano sono previste anche a Bormio e Livigno in Valtellina, quindi in Trentino-Alto Adige a Baselga di Piné, Tasero, Predazzo e Anterselva), al punto da rendere improponibili i viaggi degli appassionati da una città all’altra, nell’arco della stessa giornata, per assistere a discipline diverse. È un cambio di approccio, ma forse è l’unico modo per salvaguardarne il futuro.

 

Immagine: Giochi olimpici invernali - I cerchi olimpici sulla cima della montagna innevata di Blackcomb a Whistler, Canada (9 gennaio 2018). Crediti: klarka0608 / Shutterstock.com

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