20 novembre 2015

Gli Usa nella miniera d'oro del baseball cubano

Il fotogramma è del 24 luglio 1959: una “B” stampigliata sul cappellino ben calato in testa, due uomini in divisa da peloteros fanno il loro ingresso in campo accolti dal boato del pubblico. La “B” sta per Barbudos, come è scritto sulla maglia; in quel caso indica il nome della squadra, ma a Cuba rappresenta molto di più: i Barbudos sono i partigiani che hanno portato a termine la revolución, rovesciando il regime di Batista, e non a caso i due giocatori sono Fidel Castro e Camilo Cienfuegos, icona del Movimento 26 luglio assieme a Fidel e al Che Guevara. Non è l'unica foto del lider maximo sul campo, ma è forse la più famosa: un'esibizione prima di una partita degli Habana Sugar Kings al Gran estadio, quello che poi sarebbe stato ribattezzato Stadio Latinoamericano, il più grande dell'Avana. L'idea iniziale era quella di far giocare i due in squadre diverse, ma Cienfuegos rifiutò decisamente: «Yo no estoy contra Fidel ni en un juego de pelota», non sto contro Fidel nemmeno in una partita di baseball, disse. E allora i due giocarono nella stessa squadra: Fidel lanciatore, Camilo ricevitore.

In effetti aveva un passato da pitcher destro, lo studente Fidel, perché il béisbol è storicamente lo sport più diffuso e amato dai cubani: si pratica dovunque c'è spazio, nei locali si discute della pelota almeno quanto in Italia si parla di calcio, e la stessa pratica sportiva di base è stata nei decenni successivi alla rivoluzione favorita ed estesa dalle politiche sociali dell'Istituto nazionale dello sport (Inder) e dall'abolizione, avvenuta nel 1961, del professionismo. Fu la fortuna del béisbol: Cuba, da allora, è una formidabile fucina di talenti e la nazionale cubana da decenni è riconosciuta come una delle migliori a livello mondiale.

Ma quando il mondo cambia, lo sport si adegua, e a volte addirittura arriva in anticipo rispetto alla politica. In questo senso, il processo di disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti che ha portato al primo incontro tra  Raúl Castro e Obama, lo scorso aprile, e i propositi di fine dell'embargo che riaprirebbe le relazioni tra Usa e Cuba, segnano a margine dell'agenda il tema della normalizzazione anche dello sport. «Cuba non vende e non compra atleti, ma li educa», era il mantra di Alberto Juantorena, El Caballo di Montreal 1976 e successivamente ministro dello Sport, ma è anche vero che questa politica per anni ha portato a defezioni illustri, da Rogelio Álvarez   (il primo, nel 1963) a Liván Hernandez a Danys Báez, per non parlare di Rodney Castillo (sette anni di contratto a 72,5 milioni di dollari con i Red Sox) o di José Abreu, che due anni fa ha firmato con i White Sox di Chicago un contratto di 68 milioni per sei anni. Disertori, atleti che non possono più tornare a Cuba né vestire la maglia della nazionale, e così la Major League nordamericana – che attraverso il Dipartimento del Tesoro statunitense per anni ha obbligato i disertori a prendere la residenza in uno stato terzo e garantire di non riportare sull'isola il denaro guadagnato, per poi metterli sotto contratto come “free agent” (per dirla all'italiana, a parametro zero) – si è spesso avvantaggiata di questo sistema, alle spese dello sport cubano. Ecco perché le recenti e timide riforme dell'Avana oggi consentono la possibilità, previa autorizzazione, di giocare all'estero e a chi resta di trattenere l'80% dei premi guadagnati nelle competizioni internazionali. Segnali per una sorta di ritorno al professionismo degli atleti che, tuttavia, non genera introiti per i club.

Ed è proprio qui che, se davvero all'embargo verrà posta fine, Cuba potrebbe trovare la sua miniera d'oro. Al di là del mito del dilettantismo, Cuba non potrebbe certo permettersi di perdere in futuro i suoi talenti autorizzandone la fuga verso i denari della Mlb, come accade invece in altre nazioni centroamericane: ecco perché, quando i tempi saranno maturi, lo sport cubano vuole arrivare preparato e già non fa mistero di puntare ad un accordo con la Major League del tutto simile, se non identico, a quello che dalla fine degli anni '90 la Mlb stessa ha stipulato con la Nippon Professional Baseball, la lega giapponese, il cosiddetto “posting system”, creato per regolamentare un mercato che era a totale e unico vantaggio della Mlb. Il “posting system” inserisce le società nel business della compravendita degli atleti: quando un giocatore – in genere in rampa di lancio o già conosciuto per il suo talento – è “posted” (si potrebbe tradurre come messo in vetrina, esposto), significa che la Npb lo rende disponibile al trasferimento verso gli States con un prezzo di cessione non trattabile, e a quel punto le società di Major League che vogliono acquistarlo hanno la possibilità di accordarsi con l'altleta offrendogli un contratto, fermo restando il prezzo del trasferimento. Se in 30 giorni non si arriva ad un accordo, il giocatore resta dov'è, se al contrario si giunge alle firme, l'atleta viene ceduto e le franchigie della Mlb devono pagare la metà del prezzo di trasferimento al club giapponese entro due settimane.

Sistemi simili, mutuati dal “posting system” giapponese, sono in vigore anche tra la Mlb e la lega sudcoreana, quella taiwanese e quella messicana, e c'è da stare sicuri che a Cuba la direzione sia quella, magari con la possibilità che una percentuale del costo di trasferimento possa finire (per essere reinvestita) anche alle istituzioni che governano lo sport cubano, mantenendo così almeno una base dello spirito socialista. Perché, sull'isola decenni di isolamento commerciale e finanziario non sono passati invano e, se è vero che nonostante l'embargo lo sport cubano e il béisbol in particolare hanno espresso livelli di eccellenza universalmente riconosciuti, è altrettanto chiaro che, con mutati equilibri economici e politici, la pelota cubana potrebbe diventare un mercato con un volume d'affari di prim'ordine. Una miniera... dal diamante.

 

BIBLIOGRAFIA

- Luis Báez, Así es Fidel (2009) Casa editora Abril, L'Avana - Roberto Borroni e Adalberto Scemma, Juantorena-La rivoluzione di corsa (2015), Editore Ass, Mantova - Osvaldo Rojas Garay, Casos y cosas de la pelota (2011), Editorial Capiro, Santa Clara

 


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