26 settembre 2018

I NEET in Italia e in Europa

«Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l’impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l’epoca stessa, nonostante l’operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata [...] ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo»

(Thomas Mann, La montagna incantata, 1934)

 

La categoria dei NEET (Not [engaged] in Education, Employment or Training), quella dei giovani tra i 16 e i 24 anni o, in analisi più inclusive, tra 16 e i 35, che non svolgono alcuna attività lavorativa o formativa, è stata introdotta e ha cominciato a essere studiata come fenomeno di rilevanza statistica a sé (cioè non esauribile in quella dei disoccupati) alla fine degli anni Novanta in Gran Bretagna, ma è ben presto stata adottata in buona parte del resto del mondo. Non è affatto una categoria omogenea, né ha un collegamento così pacifico con i momenti di crisi, e per raffigurarne la complessità verrebbe da citare il giovane protagonista della Montagna incantata Hans Castorp, nel suo settennale ritiro – prima per caso, poi per necessità e infine per scelta – nel sanatorio svizzero di Davos, nel pieno della Belle époque (fino a quando lo scoppio della Grande guerra non lo farà precipitare violentemente di nuovo nella realtà).

La categoria dei NEET include infatti i ragazzi che hanno scelto uno stile di vita ‘antiborghese’ e che per esempio viaggiano o fanno arte; quelli che non sono disposti ad accettare qualsiasi lavoro e aspettano l’occasione giusta; quelli che sono dediti alla cura di altri, per esempio di familiari, o che sono malati o invalidi; i disoccupati di lungo o breve periodo, che ne costituiscono la parte numericamente più consistente; e infine gli  ‘scoraggiati’, che rappresentano il gruppo a maggior rischio di emarginazione e di comportamenti asociali e con i quali si tende a identificarla. Come si vede, situazioni molto diverse e per niente assimilabili tra di loro e quindi difficilmente analizzabili.

Ciononostante, i NEET sono un valore statistico valido per descrivere lo stato di salute del sistema di formazione e del mercato del lavoro di ciascun Paese e del loro reciproco rapporto, e l’eccessiva estensione del fenomeno viene considerata un segno di situazioni di esclusione generazionale preoccupanti. Secondo i dati dell’Eurostat regional yearbook 2018, nel pieno della crisi del 2012, nell’UE la percentuale dei NEET (intesi nell’accezione più restrittiva dei 18-24enni) aveva raggiunto il 17,2% (sul totale dei giovani di quella fascia di età), ma da quella data in poi è gradualmente scesa fino al 14,3% del 2017.

Tali numeri nascondono però realtà assai varie: si va dalle percentuali del 5,3 dei Paesi Bassi e dell’8,6 della Germania, passando per il 15,6% della Francia e il 17,1% della Spagna, fino a raggiungere quote altissime nel nostro Paese, che con il 25,7% (ma era il 29,1 nel 2013) supera anche la Grecia, al 21,4% (che era al 28,2 nel 2013). E, ancora, questo 25,7% del 2017 italiano include il 15,6% dell’Emilia Romagna e il 39,6 della Sicilia, una regione che insieme a Calabria, Campania e Puglia si colloca tra le 11 aree dell’UE con la percentuale più alta di NEET.

Considerando la fascia di età superiore compresa tra i 20 e i 29 anni, la situazione italiana non sembra migliore, raggiugendo il 29,5% (la Grecia è al 28,8%). Le più ‘rinunciatarie’ sono le donne che, dopo aver studiato tra i 20 e i 24 anni al pari e con più profitto dei loro coetanei maschi, riuscendo in questa fascia di età quasi ad azzerare le differenze di genere, si ritrovano tra i NEET l’11% di volte in più rispetto agli uomini, forse perché dedite alle nuove famiglie: un gap tra i sessi ancora tra i più profondi d’Europa, benché superato da altri contesti (dal 13-15 della Grecia e soprattutto da alcuni Paesi dell’Est, mentre è minimo per esempio in Portogallo).

Per quanto riguarda il livello di istruzione, infine, relativamente questa volta alla fascia di età 20-34 anni, spiccano in Italia le difficoltà per chi ha un grado di scolarizzazione elementare (11,1% contro una media UE del 6,2%), ma ancor più per chi ha un livello intermedio di istruzione (14,2%, contro il 7,7% UE), percentuali in entrambi i casi tra le più alte dell’Unione: ciò che sembrerebbe suggerire che la scuola per molti rappresenta un sentiero interrotto che, se non conduce all’università, offre poche chances di inserirsi nel mercato del lavoro, un fatto peraltro segnalato da tempo da diversi analisti.


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