12 giugno 2013

I beni culturali e la fiera ignoranza

di Massimo Faggioli

Gli italiani sono giustamente preoccupati del futuro dei “beni culturali” (una dizione fortunatamente vaga) che fanno del Belpaese uno dei paesi più visitati al mondo. La preoccupazione non è solo relativa al fatto che alla tutela e alla promozione di questi beni sono legate le fortune economiche dell’Italia, ma anche alla percezione che l’Italia ha di sé, come “paese” ancor prima che come “nazione” o “stato”. In questo senso, le politiche che un governo italiano adotta verso i beni culturali sono ormai diventate la cartina di tornasole di quale tipo di governo esso intende essere – oppure, quale tipo di governo esso può essere, alla luce di determinate condizioni politiche e di bilancio.

Vista dall’America, la situazione italiana è a suo modo incoraggiante. In Italia esiste ancora un certo comune sentire, almeno nelle conversazioni tra persone che non vogliono estromettersi dal consesso civile, sulla necessità che le istituzioni pubbliche sostengano e tutelino il patrimonio culturale in senso lato. In America, invece, la miscela micidiale tra l’originario spirito della frontiera e l’ondata populistica dell’ultimo decennio ha congiurato a consegnare le arti e le discipline dello spirito nelle mani di privati finanziatori in modo sostanzialmente esclusivo.

Il National Endowment for the Arts http://www.nea.gov e il National Endowment for the Humanities http://www.neh.gov sono due agenzie indipendenti del governo federale americano, entrambe fondate nel 1965 sotto la spinta del governo progressista di Lyndon Johnson, l’architetto della “great society” http://www.c-spanvideo.org/program/153610-1 . Se si guarda ai fondi ricevuti da queste agenzie http://www.nea.gov/about/budget/AppropriationsHistory.html si ha un’idea non solo delle cifre irrisorie di cui essi sono dotati (146 milioni di dollari per la NEA per l’anno 2012), ma anche del fatto che le cifre sono più basse proprio durante gli anni di Bill Clinton. Il de-funding del patrimonio culturale pubblico è una delle involuzioni tipiche della politica dell’America contemporanea, in cui il Partito democratico sembra talvolta il vero erede del reaganismo e il Partito repubblicano è diventato avvocato di una società in cui l’idea stessa di “cosa pubblica” è diventata una bestemmia.

Il popolo americano nutre da sempre una profonda sfiducia verso il potere politico, e questa sfiducia si estende anche alla capacità della politica e delle istituzioni pubbliche di tutelare i beni, che per definizione sono, per una certa mentalità americana, non pubblici ma privati. Ma la sfiducia che regna a inizio secolo XXI non è paragonabile a tempi storici precedenti, neppure ai tempi dello scandalo Watergate di quarant’anni fa. Non a caso uno dei maggiori eventi “politici” (in senso lato) degli anni scorsi fu nel 2009 la trasmissione, da parte della tv pubblica americana PBS, di un documentario in varie puntate sulla creazione dei parchi nazionali in America da parte del presidente Teddy Roosevelt (un repubblicano) all’inizio del secolo XX http://www.pbs.org/nationalparks – uno dei tanti bellissimi documentari di Ken Burns, diventato uno dei più importanti storici americani grazie alle sue apprezzatissime videostorie. Ma il sottotesto del messaggio di Ken Burns all’America del Tea Party – non potete disprezzare troppo la politica e Washington D.C., se vi ha dato i parchi nazionali – funzionò perché faceva appello all’identità del popolo americano tutto, legato alla “natura” dal punto di vista storico (la frontiera), economico (le immense risorse naturali) e spirituale (la prima puntata della serie si intitolava “The Scripture of Nature”).

Molto più difficile è convincere l’elettore medio americano della necessità e bontà di finanziare, con denaro pubblico (il famoso “taxpayers’ money”), le arti e le scienze umane. Lo aveva capito benissimo Aaron Sorkin, autore della serie “The West Wing”, che in una puntata metteva faccia a faccia uno dei consiglieri del presidente Bartlet e una deputata repubblicana che denunciava il carattere immorale dell’arte moderna (fermandosi un attimo prima di chiamarla “arte degenerata”, come il regime nazista fece con l’arte della Germania degli anni Venti e Trenta) http://westwingquotes.tumblr.com/post/4004361963/gone-quiet-3-5 .

Tra le armi più potenti del populismo contemporaneo e dell’ondata di antipolitica vi è la proud ignorance, la “fiera ignoranza” che oggi investe il mondo americano (e forse anche italiano) http://www.theatlantic.com/politics/archive/2010/05/the-proud-ignorance-of-rand-paul/56995/. Ne sono vittime musei, centri di ricerca, e specialmente le università, come ha denunciato di recente Leon Wieseltier, uno degli editor del settimanale “The New Republic”, in un discorso alla Brandeis University: “ Nella vita intellettuale americana oggi non c’è compito più urgente di offrire resistenza agli imperialismi gemelli della scienza e della tecnologia, e di recuperare la vecchia distinzione - una volta aspramente contestata, allora generalmente accettata, oggi quasi completamente dimenticata - tra lo studio della natura e lo studio delle scienze umane. Voi che avete scelto di dedicarvi allo studio delle lingue e letterature e arte e musica e la filosofia e la religione e la storia - voi siete i custodi di quella qualità. Voi siete la resistenza. Contro il costante cicaleccio della coscienza americana non c’è più grande baluardo che l’incontro con un’opera d’arte, l’esperienza di un testo o un’immagine” http://www.newrepublic.com/article/113299/leon-wieseltier-commencement-speech-brandeis-university-2013# .


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