04 maggio 2016

I cattolici italiani e il caso Bobby Sands

di Lucia Ceci

Il 5 maggio di 35 anni fa moriva Bobby Sands. Il militante repubblicano e deputato alla Camera dei Comuni di Londra aveva 27 anni. La morte arrivò dopo 66 giorni di sciopero della fame, portato avanti per convincere il governo di Margaret Thatcher a decriminalizzare i detenuti del braccio H del carcere di Maze riconoscendo loro lo status di prigionieri politici. Alla morte di Sands seguì, il 12 maggio, quella di Francis Hughes dopo 59 giorni di digiuno, e nel giro di tre mesi quella di altri nove detenuti: tutti tra i 24 e i 30 anni. L’eco internazionale assunta dalla protesta dei digiunatori, la loro appartenenza alla comunità cattolica convinsero Giovanni Paolo II a intervenire direttamente. Forse pesò anche il giudizio degli attivisti repubblicani sulla gerarchia cattolica, accusata di aver dimostrato un sostanziale disinteresse verso gli scioperi, se non una sorda opposizione, implicita nella condanna dell’hunger strike e nell’esortazione a riprendere l’alimentazione per non coinvolgere altri giovani irlandesi. Per chiedere a Sands e ai suoi compagni di interrompere lo sciopero della fame, alla fine dell’aprile 1981, papa Wojtyla aveva mandato in Irlanda del Nord il suo segretario personale, padre John Magee, lo stesso che, nel 2010, sarebbe stato travolto dall’inchiesta sulla pedofilia nella diocesi di Cloyne. In Ulster il reverendo Magee incontrò i rappresentanti del Ministero degli Esteri britannico e il segretario di Stato dell’Irlanda del Nord Humphrey Atkins . Ebbe tre colloqui con Bobby Sands nella prigione di Maze e visitò altri detenuti in sciopero nel tentativo di trovare una mediazione prima che fosse troppo tardi. A tutti portò l’appello del papa di fermare lo sciopero della fame: «Tutta la vita è sacra e deve essere tutelata perché è un grande dono di Dio». Nei giorni di quella che l’“Avvenire” definiva la «straziante agonia» di Bobby Sands e in cui si faceva sapere che «il giovane militante cattolico» si era fatto promettere dalla madre di non autorizzare i medici quando avesse perso coscienza, “L’Osservatore Romano” mantenne una linea prudente per evitare di porre la Santa Sede in aperto contrasto con Londra, ma il 3 maggio 1981 portò in prima pagina la determinazione e le sofferenze di Bobby Sands, richiamandone anche i particolari più crudi: «A detta dei medici, che lo tengono sotto osservazione nell’infermeria del carcere, la sua resistenza è andata al di là di ogni previsione e la morte può sopraggiungere in qualsiasi momento. Il suo peso è sceso al di sotto dei 40 chili, è disteso su un materassino pieno d’acqua per lenire le sofferenze procurategli dalle piaghe che coprono il suo corpo, ha i gomiti e le altre articolazioni protette da ovatta per impedire che la pelle si spacchi nell’attrito contro le lenzuola; è ancora relativamente lucido ma non è in grado di vedere e va progressivamente perdendo l’uso dell’udito». In Italia la stampa cattolica presentò Sands come il giovane che aveva scelto deliberatamente la via del martirio in nome di un ideale, sfidando un potere intransigente e ottuso. La descrizione del corpo semischeletrico, straziato dalle piaghe da decubito, assordato e semicieco; la presenza, tutto intorno, della famiglia; la giovane età; il corpo deposto nella bara con un grande crocifisso d’oro, dono di Wojtyla, stretto tra le mani: Sands appariva luminosamente un giovane martire cristiano. E così lo additarono al mondo le oltre centomila persone che accompagnarono a Belfast il percorso del suo funerale dalla casa di Twinbrook fino al cimitero cattolico di Milltown. Anche “Famiglia Cristiana” offrì una narrazione agiografica del militante repubblicano: Bobby Sands non era un terrorista, ma membro di una organizzazione irredentista, l’Ira; non era stato incriminato per nessun attentato, ma condannato a 14 anni di carcere per il possesso di una pistola che non gli era stata trovata addosso; la «fermezza intransigente della Thatcher si fondava su considerazioni di principio discutibili». Cosa aveva spinto Sands a militare con l’Ira? «Essenzialmente la circostanza di essere cresciuto in una società discriminatrice», il fatto di avere subìto, anche personalmente, la violenza: dall’incendio dell’abitazione alla perdita del lavoro alla condanna a 14 anni di carcere. I cattolici italiani furono dalla parte di Sands. Il giorno della sua morte, la presidenza nazionale delle Acli si raccolse in preghiera ricordando tutte le vittime di una tragica situazione, che oltre lo storico conflitto religioso, nascondeva profonde discriminazioni e ingiustizie sociali. Sulla rivista dei dehoniani “Il Regno” il sacerdote Desmond Wilson scrisse che l’Irlanda del Nord sottostava al «più antidemocratico sistema di potere esistente nella Comunità europea». La morte di dieci scioperanti per fame e di cinquanta persone per le strade era messa sul conto del primo ministro britannico (mai menzionato per nome), crudele e incapace di comprendere che in Irlanda «lo sciopero della fame è un'arma più potente dei fucili». Persino il settimanale di Comunione e Liberazione “Il Sabato”, ostile verso l’Ira per la sua vicinanza a prospettive ideologiche comuniste, riconobbe che il corpo di Sands, «ridotto ad una larva: semischeletrico, ormai assordato dal digiuno, magrissimo» era «una bomba». Il 16 maggio Filippo Landi, sulle pagine del giornale, definì lo sciopero della fame un’arma che fa vittime e che quindi andava condannata. Nel numero successivo si riportò però la risposta che Sands aveva dato all’appello di Wojtyla, contenente un profondo richiamo al Vangelo: «Non mi è difficile morire, perché morirò per i miei amici. E non vi è cosa più bella che morire per i propri amici». L ’autoimmolazione e la fiducia nel valore redentivo della morte conferirono, anche agli occhi di un giornale come “Il Sabato”, legittimazione e autenticità alla scelta dei giovani detenuti repubblicani. Si finì così col proporre un approccio teologico-morale che inquadrava la morte di Sands nei termini astratti della vittima innocente: mentre spariva la violenza politica, restava solo quella subìta sul proprio corpo. Si introduceva in tal modo uno slittamento vittimizzante e cristologico che permetteva di aggirare la questione spinosa del rapporto tra religione, mutamento politico e terrorismo.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0