28 agosto 2017

I have a dream, il sogno di Martin Luther King

Gli ultimi accadimenti di Charlottesville ci riportano in modo prepotente al problema delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Sono passati 54 anni da quel 28 agosto 1963, giorno segnato dal celebre discorso noto come “I have a dream”.

Quelle parole, che hanno marcato in modo indelebile la storia degli Stati Uniti d’America e della lotta per i diritti dei neri, furono pronunciate dal pastore Martin Luther King davanti a una folla di più di 250.000 persone, convenuta al Lincoln Memorial di Washington, in occasione di una marcia a favore dei diritti civili, il più grande raduno con tale finalità che la storia ricordi.

Centinaia di migliaia di persone di ogni razza ed etnia erano giunte a Washington per rivendicare i propri diritti, tra gli altri un salario minimo, la fine della segregazione razziale nelle scuole e sui mezzi pubblici e il blocco delle pratiche di lavoro scorrette.

La marcia era stata annunciata come una protesta non violenta ed erano attese numerose star: da Bob Dylan a Johan Baez da Harry Belafonte a Marlon Brando, che si sarebbero dovute esibire sul palco (la cosiddetta “delegazione Hollywood”). Ma c’erano anche molto nervosismo e preoccupazione, tanto che i responsabili della sicurezza, oltre alla massiccia presenza di polizia, avevano richiamato 5000 riservisti. Il presidente John F. Kennedy e suo fratello Robert, che allora era procuratore generale, si prepararono al peggio nel timore che qualsiasi incidente avrebbe irrimediabilmente innescato una rivolta e uno scontro razziale dalle enormi proporzioni. Sembrava che ci fossero più poliziotti che manifestanti, riportò in un articolo il New York Times.

Al termine della marcia, che si svolse in modo assolutamente pacifico, Martin Luther King prese la parola dal palco. Non tutti sanno che solo i primi sette paragrafi del discorso erano stati preparati. Ad un certo punto Mahalia Jackson, la grande cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, cominciò ad urlare: «Parla del sogno, Martin! Parla del sogno!». King accantonò i fogli che teneva in mano e cominciò a improvvisare. La scelta si rivelò vincente, le parole e i concetti espressi in quei diciassette minuti cambiarono la Storia non solo degli Sati Uniti, ma del mondo intero. Il discorso si snodò come un racconto pieno di citazioni, da Lincoln alla Bibbia, passando per Shakespeare e anche per Malcolm X e le Pantere nere. Molti testimoni raccontarono che sembrava di partecipare alla messa della domenica in una di quelle “chiese gospel” nelle quali i fedeli fanno le loro osservazioni a voce alta, partecipando in maniera attiva.

Da quel momento la lotta contro il razzismo e la segregazione razziale non fu più la stessa, trovando nuova forza, radici e soprattutto un simbolo.

La manifestazione, trasmessa in diretta TV dalla CBS, fu un successo e il discorso di King entrò nella leggenda, le sue parole, che gli valsero il premio Nobel per la pace nel 1964, fanno riflettere ancora oggi e andrebbero rilette soprattutto per il sapore di universalità e fratellanza che esprimono, valori questi che sembrano smarrirsi sempre di più.

 


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