4 dicembre 2018

I vuoti informativi si riempiono di fake

In Italia dal 2016 al 2018 il volume complessivo dell’informazione prodotta dai diversi mezzi – TV, radio, quotidiani, social media, siti web, blog ecc. – è aumentato, raggiungendo picchi massimi nel marzo scorso, in epoca elettorale, e a giugno, durante la formazione del governo, e non bassi nei mesi estivi, stagione tipicamente più “scoperta”. E poiché la quantità è anche un indice di pluralismo, questo dato è senz’altro positivo. I settori più coperti sono politica, cronaca, esteri, cultura e spettacolo, mentre più carente è l’informazione specialistica in scienze, economia e tecnologia, materie in cui la domanda supera l’offerta e in cui vi è anche un problema di competenza: solo il 10% dei giornalisti che se ne occupa ha compiuto percorsi formativi idonei. Questo aspetto è importante perché solleva la questione centrale della qualità e dell’autorevolezza dell’informazione, da cui dipendono la fiducia del pubblico e, di conseguenza, la diffusione e il successo delle fake news. Come infatti rileva il rapporto dell’AGCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) intitolato News vs fake nel sistema dell’informazione, laddove vi sono incompiutezza o superficialità nel trattare gli argomenti, e quindi si generano fenomeni di sfiducia da parte dell’utenza, è più facile che si insinuino notizie menzognere e tendenziose, volte a condizionare e manipolare le opinioni degli utenti.

I fenomeni patologici dell’informazione, secondo l’AGCom, dipendono da diversi fattori correlati: eccessiva rapidità nella produzione delle notizie, quelle on-line in particolare; difficoltà a monetizzare i contenuti e carenza degli investimenti nel settore; scarso approfondimento delle informazioni da parte di chi le produce, sia dunque per motivi di tempo, sia per mancanza di competenze. Appare ovvio che chi possiede una laurea specialistica di alto livello debba essere pagato adeguatamente e che chi deve produrre una eccessiva quantità di contenuti (malpagati) manchi del tempo necessario per approfondirli e controllarne la veridicità. Ma è proprio in tali contraddizioni che si annida la disinformazione, perché spinge gli utenti sfiduciati a rivolgersi altrove.

In tal senso, un dato è molto indicativo: in Italia, il 57% della produzione di contenuti fake riguarda argomenti di politica e cronaca, mentre solo circa il 20% tematiche di carattere scientifico; tuttavia, le fonti di disinformazione scientifica diffondono una quantità di contenuti tre volte superiore alle fonti di informazione scientifica, mentre l’informazione corretta nei campi di politica e cronaca supera comunque ancora di gran lunga quella scorretta.

Un’informazione “sciatta”, sbrigativa e superficiale, benché veritiera, ha poca possibilità di competere con la disinformazione delle fake news, perché in un certo senso presenta caratteri formali a quella simili: le assomiglia. Come infatti spiega ancora il rapporto, le notizie false si distinguono per la rapidità con cui vengono prodotte, l’approssimazione dei contenuti (perché dati puntuali ma fasulli avrebbero, come si dice, “le gambe corte”), l’impatto emotivo che riescono a suscitare facendo leva sui pregiudizi degli utenti: tutti aspetti che giovano a chi vuole manipolare l’opinione del pubblico, ma non certo a chi vuole offrirgli conoscenza.


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