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28 settembre 2017

Il Giappone del gaming rialza la testa

di Marco Accordi Rickards

Strana fiera, il Tokyo Game Show. Al visitatore smaliziato, già sedotto dalle sirene dell’E3 di Los Angeles e della Gamescom di Colonia, le dimensioni del TGS potrebbero risultare fin troppo contenute, persino intimiste. Ma le luci, i colori, i suoni quasi ossessivi, ci ricordano che sì, siamo inequivocabilmente in Giappone, la terra che ha dato i natali a capolavori come Pac-Man e Super Mario e che, seppur erroneamente, viene considerata la patria del medium stesso. Lo show rappresenta per giunta un ottimo spaccato della situazione del game development giapponese, che, se da una parte fatica a mantenere il ritmo di due decadi fa, sembra essere comunque riuscito a ritagliarsi una sua identità e un suo carattere. L’energia e l’ottimismo che si respira tra i padiglioni fanno intendere che gli sviluppatori che lavorano nel Paese del Sol Levante sono pronti a rialzare la testa e far vedere al mondo di che cosa sono capaci. Di nuovo.

La sensibilità culturale, in quel di Tokyo, è chiaramente molto diversa rispetto a quella occidentale: del resto stiamo parlando di una fiera dove è normale trovare un “videogioco” in realtà virtuale in cui lo scopo è semplicemente interagire con una giovane ragazza (Summer Lesson), mentre da un’altra parte due folkloristiche cosplayer su di un palco si spogliano rimanendo in costume. Paese che vai, usanze che trovi: con buona pace dei commentatori statunitensi, che hanno usato Twitter per esprimere la loro profonda indignazione nei confronti di un fenomeno, quello delle booth babes (le standiste), che in Occidente è ormai del tutto scomparso proprio a causa di tali critiche. Al di là di queste sfumature, il Giappone dei videogiochi è globalizzato almeno quanto lo è la sua società, ed è così che anche un Call of Duty: WWII, gioco di Activision ambientato nella Seconda guerra mondiale, riesce a fare breccia sui giocatori in fiera nonostante la tradizionale avversione di questo popolo per gli sparatutto in prima persona. Certo, è un Giappone molto aperto di mente quello che ormai riesce ad accettare un gioco su di una guerra che li ha visti pesantemente sconfitti. Ma del resto è solo un video game... o forse no? Più che a un’invasione, tuttavia, si assiste a una contaminazione, destinata a condurre verso una sintesi a livello di game design tra cifre stilistiche occidentali e orientali. Ni no Kuni II: Il destino di un regno, colossale produzione di Bandai Namco (la compagnia fondata da Masaya Nakamura, scomparso di recente), è un ottimo esempio di questa tendenza. Il gioco, che rispetto al primo capitolo ora è orfano dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, riprende la tradizione dei JRPG, i giochi di ruolo alla giapponese, introducendo tuttavia battaglie in tempo reale e dialoghi a scelta multipla come nella space-opera Mass Effect di BioWare. Nella nostra chiacchierata con gli sviluppatori di Level-5, creatori del gioco, è emersa non a caso questa volontà di creare un prodotto di rottura, senza tuttavia tradire le proprie origini, cosa che invece  ̶  e ce lo dicono sottovoce  ̶  ha fatto Final Fantasy XV.

Insomma, il futuro del game development giapponese non sembra risiedere nell’insularità dei suoi talenti creativi, ma neanche nella completa soggiogazione rispetto alle esigenze di mercato di Stati Uniti ed Europa. Sono passati gli anni in cui Hideo Kojima, creatore di Metal Gear Solid, esprimeva il suo complesso d’inferiorità nei confronti del Western game development: oggi, il Giappone del videogioco è fuoriuscito perlopiù indenne dalla sua lunga crisi esistenziale, pronto a innovarsi e rinnovarsi senza abbandonare le proprie stranezze. Il successo di Monster Hunter World, un bizzarro simulatore di caccia ai mostri che ha mandato in visibilio il fandom giapponese, ne è la prova: il gioco, anche solo a livello grafico, è in grado di rivaleggiare senza timore di fronte alle produzioni occidentali più costose. È proprio la peculiarità dei developer giapponesi a permettere loro di prosperare, oltre alla possibilità di attingere da un bacino gigantesco di mondi e personaggi, ossia quello degli anime e dei manga. Sega ha infatti portato sul palco dello show Hokuto Ga Gotoku, sostanzialmente un episodio della classica serie dedicata alla mafia giapponese yakuza (che in Giappone va alla grande) ma con protagonista Ken il Guerriero, l’eroe indiscusso degli infiniti pomeriggi dei millennial, anche in Italia. Tra umorismo e azione sopra le righe, Hokuto Ga Gotoku è quello che il Giappone ha di meglio da offrire a livello di spettacolarità e perizia registica. Le influenze dagli anime la fanno da padrone anche in 13 Sentinels: Aegis Rim, praticamente un acquerello in movimento. Malinconica storia di liceali che combattono a bordo di robot giganti, si tratta praticamente della versione interattiva di una delle storie più seminali dell’entertainment giapponese, Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

E anche se al Tokyo Game Show ormai latitano da tempo i grandi annunci, la fiera è l’espressione di un Giappone che vuole lottare. Gli sviluppatori giapponesi hanno ancora una lunga strada da percorrere, prima di riottenere la rilevanza di cui godevano negli anni Novanta. Ma gli allarmismi di qualche anno fa, che parlavano di un definitivo shift lungo le coste del mobile gaming, sono ormai scongiurati. Storie e passione sono oggi rilevanti più che mai, in Giappone. Che il resto del mondo prenda nota.


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