17 maggio 2019

Il calcio che vuole più Europa

di Lorenzo Longhi

Volendo profanare un incipit icastico, lo si potrebbe dire uno spettro che si aggira per l’Europa. L’Europa è quella del calcio, lo spettro è quello della Superlega, definizione adottata dai media per illustrare il format che, dal 2024, caratterizzerà le competizioni europee per club. A proporre il progetto alla UEFA è l’ECA (European Club Association, organismo che rappresenta 232 club calcistici ed è governata da un consiglio direttivo di 15 membri: il suo attuale presidente è Andrea Agnelli), la quale punta a dare maggiore rilevanza ai tornei continentali, modificando la Champions League per aumentarne il numero di partite e la conseguente attrattività e rimuneratività dei diritti televisivi, predisponendo un meccanismo di promozioni e retrocessioni da e verso le altre coppe europee (Europa League ed Europa League 2) destinato di fatto a rendere più arduo l’accesso alla competizione più importante, nella quale la presenza dei grandi club sarebbe sostanzialmente garantita anno dopo anno.

Senza voler entrare troppo negli aspetti più tecnici della vicenda, l’idea ha già diviso il mondo del calcio: da una parte gli apocalittici – coloro secondo i quali la riforma produrrebbe effetti nefasti sui campionati nazionali – e dall’altra gli integrati, categoria quest’ultima che vede nel progetto il futuro pressoché ineluttabile del calcio europeo. Del resto, sebbene uno dei termini più utilizzati dai media che si occupano dell’argomento sia quello di rivoluzione, sarebbe forse opportuno parlare di evoluzione – togliendovi magari qualsiasi accezione di valore – perché è impossibile non rendersi conto dei cambiamenti di stampo neoliberale che, negli ultimi venticinque anni, hanno portato come conseguenza l’aumento della forbice fra i top club e le altre società in gran parte dei campionati nazionali, compresi quelli più noti.

La centralità dei campionati interni, con buona pace anche dei tifosi che si definiscono legati ad un calcio “romantico”, è oggi più teorica che reale, e i primi a saperlo sono i rappresentanti dei club meno ricchi e delle leghe nazionali che, all’inizio di maggio, si sono incontrati a Madrid per fare fronte comune nell’opporsi al progetto dell’ECA e ribadire la sacralità delle rispettive competizioni. Ma basta farsi un giro su un qualsiasi campo da calcetto nel quale giochino ragazzini, compagni di scuola, amici o colleghi per farsi un’idea di quanto lo scenario sia cambiato rispetto alla prima metà degli anni Novanta; per capirlo è sufficiente dare un’occhiata alle magliette che indossano i calciatori improvvisati in tutta Italia, e vedrete che quelle di Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Chelsea o Bayern Monaco ormai di norma fanno bella mostra di sé accanto a quelle di Juventus, Inter e Milan, a discapito delle divise dei club del territorio, segno di una globalizzazione della passione figlia di un percorso in atto da tempo, da quando cioè la Champions League si è aperta a più squadre della stessa nazione. Una modifica che qualcuno interpretò, fraintendendola, come un’apertura democratica, quando al contrario era prodromica alla visione di un dorato oligopolio.

Il contesto territoriale, insomma, ai grandi club interessa relativamente, perché il cliente (questo è il termine corretto) è anche e soprattutto altrove, in altri mercati, mentre la base interna del tifo, già cristallizzata in patria, è destinata comunque a subire poche variazioni. L’ECA ha nelle mani un potenziale molto significativo e vuole indirizzarlo a seconda delle proprie intuizioni: ecco perché il progetto di Superlega si oppone a quello, nato in ambito FIFA, del Mondiale per club a 24 squadre. E l’ECA si trova al cospetto di oppositori che magnificano campionati nazionali invero invischiati in situazioni a dir poco imbarazzanti, nel loro sistema (si veda l’Italia, con tornei segnati da penalizzazioni, fallimenti e radiazioni anche a stagione in corso).

Sin qui, l’aspetto più sportivo ed economico della vicenda. Ne esiste però uno, forse anche più interessante, di carattere sociale, perché, se davvero il calcio confermerà questo tipo di evoluzione, potrebbe proprio essere il più popolare degli sport continentali la singolare avanguardia di un nuovo europeismo, proprio in corrispondenza di uno zeitgeist politico in cui l’orizzonte, per il campo progressista-unionista, appare piuttosto critico.

Il calcio vota più Europa: la terza competizione continentale per club, l’Europa League 2, nascerà già nel 2021 (dal 1999, quando la Coppa delle Coppe venne sacrificata sull’altare della riorganizzazione della Champions League, le coppe erano rimaste due) e servirà anch’essa ad allargare il perimetro delle partecipanti, creando passo dopo passo un sistema che, nelle intenzioni, dovrà essere di stampo piramidale. Quando raggiungerà la propria entelechia, il campionato europeo influirà sulla narrazione dell’Europa stessa: la avvicinerà nella mente del pubblico e accadrà per eterogenesi dei fini – perché non v’è dubbio che il motore del cambiamento, da parte degli attori coinvolti, sia economico e commerciale, non certo civile né sociale – senza contare che è improbabile che presti il fianco a nazionalismi di alcun tipo, considerando tanto la portata della fanbase globale, quanto l’identificazione dei tifosi semplicemente nel proprio club, in una logica di comunità e di fazione molto più frammentata e, per questo, inadatta al sovranismo.

Si tratta di una prospettiva, e se si vuole la si può considerare anche ottimistica, tuttavia lo sport di frequente ha anticipato la politica, attraverso fughe in avanti nate in contesti apparentemente non così propizi. Da attore politico qual è, con le sue istituzioni e il suo potere di incidere sull’immaginario collettivo, lo sport (e il governo del calcio per primo) ha legittimato istanze identitarie, etniche e di status ben prima che queste ottenessero soddisfazione a livello di politica internazionale, arrivando poi, con il suo potere suggestivo, a plasmare un racconto e un’epica delle proprie scelte.

È poi paradossale che il maggiore europeismo del calcio possa essere forgiato da una scelta esclusiva – di questo si tratta – e pertanto filosoficamente opposta all’ideale inclusivo dell’unione, nonché da un modello che affonda le radici nelle leghe sportive statunitensi, ma è un aspetto che non può stupire: l’ECA sembra infatti pronta a realizzare l’ipotesi analizzata già nel 1999 dagli economisti Thomas Hoehn e Stefan Szymanski in un articolo pubblicato sulla rivista Economic Policy (Oxford University Press). Lo studio si intitolava The americanization of european football e, per una maggiore sostenibilità del sistema, suggeriva contestualmente ai club della nuova lega di non prendere parte ai campionati nazionali. Aspetto che provocherebbe resistenze ben più che prevedibili e non è in agenda. Non ancora, almeno.

 

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