13 settembre 2018

Il caos dalla B in giù

Dietro Cristiano Ronaldo, il caos. Da una Serie A che rischia, a campionato in corso, di vedersi riscrivere la classifica in maniera drastica (la Procura federale della FIGC ha chiesto 15 punti di penalizzazione per il Chievo per illecito amministrativo nel caso plusvalenze), è il caos a regnare dalla Serie B in giù dopo un’estate di fallimenti e iscrizioni mancate, domande di ripescaggio e ricorsi presso tribunali di vari ordini e grado. L’ultima sentenza, in ordine cronologico, è quella con cui martedì sera il Collegio di garanzia dello sport istituito presso il CONI ha dichiarato inammissibili i ricorsi (dei club Ternana, Pro Vercelli, Siena, Catania, Novara ed Entella) avverso il provvedimento con cui il commissario della FIGC, Roberto Fabbricini, aveva deliberato il blocco dei ripescaggi fissando per la stagione 2018-2019 una B a 19 squadre, e non a 22 come da format canonico. Una sentenza assunta a maggioranza (3 a 2) da un Collegio inconciliabilmente diviso e dalla cui decisione il presidente, l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, si è polemicamente smarcato motivando la sua contrarietà e definendo la sentenza «una brutta pagina»; una decisione che si basa sul difetto di giurisdizione e di fatto non si esprime nel merito della questione.

Mai nella storia recente del calcio italiano si era arrivati al termine della prima decade di settembre senza avere la certezza degli organici di due divisioni del calcio professionistico – perché, a cascata, le decisioni relative al format della B ricadevano anche sulla C – con il corollario di una B cominciata che aveva già peraltro già celebrato le prime due giornate. Il risultato? Il torneo cadetto può andare avanti così e stabilire nuove regole transitorie su play-off e play-out – salvo trovarsi ancora al cospetto di ricorsi vari al TAR del Lazio da parte di un club, l’Avellino, e di alcuni tifosi del Catania –, mentre la C ha potuto annunciare la composizione dei suoi tre gironi solo martedì sera e la compilazione del calendario mercoledì 12, per partire già dopo pochi giorni, e le società deluse dal Collegio di garanzia sono già pronte a una nuova battaglia legale. Una soprattutto, il Catania, che proprio per il 12 settembre si era visto fissare l’udienza presso il Tribunale nazionale federale, insomma il giudice federale di primo grado, che a questo punto avrebbe competenza sul caso. E, attenzione: i precedenti storici raccontano che, spesso, è proprio la società siciliana a far saltare il banco.

Il problema, tuttavia, resta, e al di là della soluzione ponte, dei protagonisti del caso e dei salvagenti ai quali il calcio italiano oggi si appiglia, manifesta la crisi di un sistema insostenibile, di un ambiente in cui i commissariamenti (FIGC e Lega B) sono all’ordine del giorno e la litigiosità delle parti seppellisce il principio di solidarietà e mette così a repentaglio la stessa sopravvivenza anche di club che, magari, ora considerano la sentenza uno scampato pericolo, ma tra dieci mesi rischiano di vestire i panni di chi questa volta si è rivolto ai tribunali, non sempre a quelli giusti, non sempre senza ragioni. Gli stessi tribunali che ciclicamente vengono investiti dell’onere di trovare soluzioni capaci almeno di non privare il pubblico del più amato dei circenses.

Negli ultimi venticinque anni del resto – a proposito di crisi cicliche – il calcio italiano ha dato sfoggio di una certa creatività in termini di regolamenti e norme di organizzazione interna per quanto concerne i ripescaggi e l’inserimento in determinati tornei di società storiche rinate dopo i fallimenti. Le conseguenze sono state, da un lato, la sostanziale disparità di trattamento (evidente ex post) tra situazioni simili ma avvenute a distanza di pochi anni, dall’altro il corposo ampliarsi della giurisprudenza relativa, considerando anche i conflitti di competenze fra la giustizia sportiva – che sbandiera la propria autonomia – e quella statale, perché al di là dell’aspetto federale le società per azioni alla fine rispondono ai tribunali amministrativi, e questo entra nella problematica dei rapporti fra l’ordinamento giuridico sportivo e quello dello Stato.

Chi ha qualche anno in più ricorderà il caso Catania del 1993, quando il club dell’allora presidente Angelo Massimino fece ricorso al TAR etneo contro la radiazione decretata dalla FIGC che di fatto avrebbe sancito il fallimento della società, dando vita a un contenzioso legale che si sarebbe protratto per un anno – il club non fallì, venne ammesso all’Eccellenza e nel 1994 ripescato nel campionato Dilettanti, a chiusura della battaglia con la Federazione – e sarebbe entrato nella letteratura giuridica. Dieci anni più tardi, nel 2003, partì di nuovo da Catania (e con protagonista ancora Enzo Zingales, giudice che nel 1993 aveva presieduto la terza sezione del tribunale e nel 2003 del TAR catanese era presidente) il caso che, a forza di ricorsi ai tribunali amministrativi avverso le decisioni dell’ultimo grado del giudizio sportivo, paralizzò l’estate del calcio, sbloccata solamente dal governo con il d.l. 220 del 19 agosto in cui – si legge – «tenuto conto dell’eccezionale situazione determinatasi per il contenzioso in  essere, il CONI, su proposta delle Federazioni competenti, adotta i provvedimenti di carattere straordinario transitorio, anche in deroga alle vigenti disposizioni dell’ordinamento sportivo, per assicurare l’avvio dei campionati 2003-2004», i quali partirono in effetti con una Serie B monstre, a 24 squadre, compresa la Fiorentina che, dopo avere appena vinto la C2, saltò la C1 e venne iscritta in B per «meriti sportivi», un caso unico e alquanto discutibile.

Ma la stessa Fiorentina, a sua volta fallita nel 2002 e iscritta alla C2 appunto, non aveva potuto sfruttare il cosiddetto Lodo Petrucci, norma del 2004 che da allora (e per qualche anno, prima di essere rivista e infine abrogata) avrebbe permesso ai club falliti – o meglio, alle nuove società cittadine eredi della storia sportiva di questi ultimi – di disputare il campionato di categoria immediatamente inferiore a quella dalla quale erano stati estromessi. Se poi si vuole ragionare sui criteri dei ripescaggi – che, oltre al risultato della stagione precedente, prevedono una forte incidenza anche della “tradizione sportiva” della città e della media di spettatori – diventa evidente come anni di scelte discrezionali – acuite da gestioni finanziarie dissennate di alcuni club – abbiano fortemente indebolito sia la sostenibilità che la credibilità dell’intero sistema.


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