17 maggio 2020

Il doppio di Prometeo. Tecnologia e libertà

 

Due vasi son piantati, sulla soglia di Zeus, dei

doni che dà, dei cattivi uno e l’altro dei buoni

(Iliade, XXIV, vv. 527-528)

 

 

Le innovazioni tecnologiche hanno sempre ispirato sentimenti divergenti. Per alcuni, sono una prova esaltante della potenza umana, una sfida vinta alla condanna di una specie che deve sopperire con l’immaginazione intellettiva alla mancanza di istinti, che si deve ritagliare la libertà tra gli ostacoli e deve affrontare “emergenze” senza altre armi che la conoscenza e la volontà. Per altri, sono una prova della vanità umana e, al fondo, di un’attitudine autoritaria che non solo vuole dominare la natura per gestire le “emergenze” ma anche domare le intemperanze umane, esse stesse causa di “emergenze”. Il mito di Prometeo è un Giano bifronte.

Scriveva Alexis de Tocqueville in Democrazia in America, che i democratici hanno una peculiare fiducia nella scienza e nella tecnica. Credenti nell’eterogenesi dei fini, essi coltivano come una virtù l’adattamento all’ambiente, grazie al quale creano e immettono nell’ordine naturale indizi per rintracciare una direzione delle cose che risulti utile alla società. Questa è la logica del pragmatismo individuata da Charles Sanders Peirce. Si tratta di una logica che anima l’etica del benessere la quale, secondo Tocqueville, è propria di una società che ha rinunciato alla trascendenza e coltiva una religiosità senza mistero per le forze attive che fanno muovere la vita. La democrazia è il regno di Prometeo liberato.

I critici della democrazia sono spesso anche critici di questa mentalità pragmatica. Adattarsi alla comodità che ci regala la tecnologia, dicono, può avere un risvolto di non libertà: l’aiuto delle innovazioni tecnologiche ha un prezzo, poiché la logica dei loro meccanismi e la mentalità funzionalista che educano si impongono a noi senza darci alternativa all’obbedire. Usare gli strumenti impone che si seguano le istruzioni, che non si discutano ma si eseguano. La libertà dalla fatica ci costa libertà di inventiva, del “fare a modo mio”. Quando Antonio Gramsci scriveva del modernismo americano, della catena di montaggio che rendeva gli operai come scimmioni ammaestrati, testimoniava con la sua analisi perspicace e ricca la presenza di questa doppia forza prometeica: emancipatrice e soggiogante. È certo che, nella fabbrica fordista, gli operai muovono più le mani che il cervello, estraniati e ignari del processo complessivo in cui la loro routine è immessa, ma nello stesso tempo possono liberare la loro mente da quella fatica e il lavoro non deve assorbire tutto il loro spirito.

Assoggettati e liberi: una rappresentazione che si attaglia perfettamente alla interoperatività di Internet, la supertecnologia che ha rivoluzionato le nostre vite, con impieghi in tutte le discipline, dalla politica alla medicina, dalla comunicazione all’ingegneria. La tecnologia informatica unifica tutte le sfere di vita ed è ausilio e, anzi, volano creativo di nuove conoscenze. È per questo una rivoluzione più che una semplice innovazione; e come un crogiuolo, la pandemia ha rivelato le sue divergenti potenzialità. Le apparecchiature delle terapie intensive sono un indiscutibile beneficio che è valso a salvare molte vite; altrettanto benefica promette di essere la app che traccerà i nostri liberi movimenti.

Sull’interoperabilità di Internet si sono negli anni addensati timori e anatemi, come fosse una cattiva divinità che ci illude di accrescere la nostra potenza conoscitiva e comunicativa mentre ci rende servi delle nostre emozioni, più litigiosi e intolleranti, in effetti anche più ignoranti ed esposti ai pregiudizi. Però, grazie a questa cattiva divinità, abbiamo sopportato l’isolamento del lockdown con meno traumi, comunicando visivamente con parenti e amici, continuando a insegnare, ad apprendere, a discutere.  Chi viveva solo si è sentito meno solo. Internet può, lo abbiamo capito molto bene, sostituire la fisicità in tante aree della vita, lavorativa e sociale. Nulla di cui essere completamente felici. E tuttavia, come per gli operai alla catena di montaggio di cui parlava Gramsci, anche in questo caso può valere la riflessione sulle innumerevoli implicazioni che dalla sostituzione della fisicità possono emergere.

L’ambiguità è l’altra faccia della medaglia della complessità. Un’ambiguità che può diventare tensione e conflitto nel caso in cui, come paventiamo, la tecnologia comunicativa verrà usata nella gestione della parziale libertà di movimento che ci attenderà nei mesi a venire. Parliamo ovviamente dell’uso della app per tracciare i nostri movimenti. Il tema è e resta spinosissimo, anche se non inedito, poiché l’uso che tanto amiamo dello smartphone o degli acquisti on-line sono già vie per tracciare i nostri gusti e pensieri. Eppure accettiamo questo tracciamento, anzi ci esponiamo ad esso con piacere! La app in questione ha un’indubbia utilità; viaggiare, uscire e, soprattutto, incontrare: ci sarà d’aiuto avere una guida che ci assicuri, e assicuri gli altri, che non ci sono infetti vicino a noi. Una app che come i monatti manzoniani ci indicherà il pericolo negli altri, ma promettendoci di non rendere pubblica l’identità loro e nostra, di non consentire che i dati sulla nostra salute vengano trafugati o venduti a chi può trarne profitto. Nessuno può però darci alcuna garanzia che questo avvenga (chi ha il potere di mettere limiti alle multinazionali dell’informatica?) e che il sapere di avere un contagiato accanto non generi più paura e anche intolleranza.

La doppiezza di Prometeo ci mette a disagio, ci incute timore, ci fa sentire esposti. La libertà non viene mai senza costi, senza fatica e sacrifici. Mai come ora questa massima è calzante: pagheremo la libertà di movimento e di associazione a peso d’oro. La pagheremo con la moneta sonante della nostra intima segretezza, di quella privacy che ci sta tanto a cuore (almeno in teoria) e che ci fa sentire a nostro agio nel mondo, sicuri che molto di quel che siamo resterà conosciuto solo a noi. Scriveva Ralph Waldo Emerson che con la seconda natura gli esseri umani si creano una pelle spessa abbastanza da difenderli dall’ispezione altrui: modi di dire, galateo, senso comune sono strategie di nascondimento e di ipocrisia che ci rendono più liberi. La app che traccerà la nostra condizione di salute e i nostri movimenti sarà come scarnire un po’ quella pelle protettiva.     

 

Immagine: La tortura di Prometeo, di Jean-Louis-Cesar Lair, Crediti: Musée Crozatier [Public domain], attraverso commons.wikimedia.org

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