22 agosto 2019

Il grande gioco finanziario del calciomercato

di Lorenzo Longhi

Bilanci, esercizi contabili, plusvalenze, prelazioni, ammortamenti, diritti di riacquisto, e l’elenco è ben lungi dall’essere completo: termini legati sostanzialmente all’economia e alla finanza i quali, d’estate, per paradosso, sono quasi più comuni sulla stampa sportiva – e in particolar modo sulle pagine calcistiche – che su quella specializzata. È il grande gioco del calciomercato (la cui finestra estiva per il calcio italiano si chiuderà il 2 settembre), capace oggi di stregare i tifosi sotto l’ombrellone attraverso gli artifici delle operazioni finanziarie quasi più rispetto a quando si discuteva solamente di calciatori, più che di valutazioni ed effetti sui bilanci; un gioco al quale anche i giornalisti sportivi ormai partecipano in forze, invero non tutti con accuratezza, tanto l’argomento si presta facilmente alle discussioni da bar.

Non si tratta di una novità, ma indubbiamente negli ultimi vent’anni – e soprattutto negli ultimi dieci – la finanziarizzazione del calcio mostra le sue più significative evidenze nel circo del mercato, nel quale di tanto in tanto si cambiano i regolamenti quando ci si accorge di essersi spinti un po’ troppo in là.

Considerando la non eccelsa capacità di attrazione di capitali e sponsor del calcio italiano a livello sistemico rispetto a leghe quali la Premier inglese o la Liga spagnola (e questo vale anche e a maggiore ragione per le leghe delle serie inferiori), nonché l’eccessiva dipendenza dei club dai diritti televisivi, sono diverse le società nostrane a utilizzare il player trading – vale a dire la compravendita dei giocatori, i principali asset produttivi – quale leva fondamentale del proprio modello di business, un modello che negli anni si è sostanziato attraverso l’utilizzo e, a volte, l’abuso di artifici costruiti più per necessità contabili che di campo. Artifici legali, almeno sino a quando le istituzioni coinvolte non si ravvedono e decidono di metterli fuorilegge.

La più recente modifica normativa riguarda la limitazione sul diritto di riacquisto, la celeberrima “recompra”, divenuta in poco tempo il non plus ultra per quanto concerne le operazioni destinate a generare effetti benefici sui bilanci, leggasi plusvalenze, per la società cedente e per quella acquistante. Dal passaggio di Álvaro Morata dal Real Madrid alla Juventus nel 2014, con rientro alla casa madre due stagioni più tardi a prezzo stabilito in precedenza, la modalità si era fatta moda, attraverso la frequente compravendita dei diritti di giovani calciatori a prezzi apparentemente eccessivi. L’assenza di criteri oggettivi e uniformi sulla valutazione degli atleti stessi, attribuita intuitu personae e per questo difficilmente contestabile se non si tratta di cifre evidentemente esagerate, ha reso semplice per diversi attori la realizzazione di rilevanti effetti finanziari, inducendo di fatto lo scorso aprile la FIGC a modificare le NOIF (le norme organizzative interne federali) introducendo cambiamenti alle tempistiche di esercizio del diritto di riacquisto e, soprattutto, dell’iscrizione a bilancio della plusvalenza o minusvalenza generata (che dalla corrente finestra di mercato può essere rilevata solo nel momento in cui il riacquisto viene formalmente esercitato o rinunciato).

La nuova norma ha effettivamente ridotto il numero di operazioni effettuate con questa modalità, e ciò finisce per confermare il sospetto relativo all’abuso delle compravendite con diritto di riacquisto quale formula per una alterazione positiva, quando non fittizia sicuramente borderline, dei bilanci. Come accadde con le comproprietà, utilizzate in maniera disinvolta sino a quando, nel 2014, la FIGC decise di abolirle (le ultime vennero risolte nel giugno 2015). Quella della comproprietà era una formula coniata in Sudamerica e mutuata in Europa solo dal calcio italiano, un istituto fortemente criticato il quale ha portato in più occasioni i tribunali a valutare l’operato di determinati club per capire se le co-ownership fossero utilizzate per imbellettare i bilanci. Anche in questo caso indagini ardue considerando il libero mercato, non ancorato a fattori valutativi normativamente predeterminati, quale ambito di contrattazione. Tuttavia, rimangono nella memoria situazioni anomale, come quella del Parma – poi fallito – che, nella finestra del mercato estivo 2015, avrebbe dovuto risolvere qualcosa come settanta comproprietà. Qualcuno, sulla stampa locale, definì icasticamente il player trading del club (che allora controllava numerose altre decine di giocatori attraverso la formula del prestito) una «pesca a strascico».

La trasparenza dopo tutto non è affare per il calciomercato. Posto che l’unica reale

formula inequivocabile è la proprietà del 100% dei diritti sportivi di un calciatore da parte di un solo club, ogni altra fattispecie si presta a fraintendimenti. A titolo di esempio, è facile imbattersi attualmente in operazioni che prevedono, a favore del club cedente, una percentuale sulla futura rivendita del calciatore da parte del sodalizio che acquista. Da Bernardeschi a Zaniolo, da Nainggolan a Gianluca Mancini, sono oltremodo numerose le operazioni destinate a generare un flusso di cassa in futuro. Anche qui, tuttavia, i dubbi non mancano, perché è facile intravedere in filigrana una sorta di comproprietà, o forse di TPO (Third Party Ownership), destinata un giorno a finire sotto la lente. Le TPO – le cessioni di parte del cartellino di un calciatore generalmente a un agente o a un fondo, a lungo prassi in Sudamerica: si vedano i casi di Tevez e Mascherano ai tempi del passaggio al West Ham – sono vietate dalla FIFA, così come sono vietate oggi le comproprietà in Italia.

Eppure, nel florilegio delle formule finanziarie del calciomercato, appare costantemente qualcosa di nuovo, di lecito ma sfuggente, di creativo ma ambiguo. Intanto, però, il circo del mercato va avanti in scioltezza. Se non altro, con l’effetto di rendere popolare una terminologia che, nella realtà, sarebbe gergo per addetti ai lavori. Non strettamente calcistici, peraltro.

 

Immagine: UEFA Champions League, Juventus vs Atletico Madrid 3-0. Al centro, Álvaro Morata, Atletico Madrid (12 marzo 2019). Crediti: cristiano barni / Shutterstock.com

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