11 ottobre 2018

Il grande tabù: sport e omosessualità

di Mara Cinquepalmi

Ashley Nick, centrocampista americana, e Lianne Sanderson, attaccante della Nazionale inglese, sono una coppia in campo e nella vita. Le due calciatrici sono fidanzate da quattro anni e ora vestono entrambe la maglia della Juventus Women. A darne notizia qualche giorno fa un quotidiano on-line di calcio femminile che spiega come, dopo una lunga carriera tra Stati Uniti, Russia, Cipro, Norvegia e Olanda, quest’anno Ashley Nick abbia scelto di trasferirsi a Torino per stare vicino alla sua compagna. In un’intervista al Corriere della Sera Sanderson, impegnata nella lotta all’omofobia nel mondo dello sport, ha dichiarato di recente che: «L’orientamento sessuale non deve influire minimamente. Io cerco di essere me stessa ovunque. La Juve è stata molto corretta nei nostri confronti, accettando che fossimo qua insieme. Qualche difficoltà l’ho vissuta in Spagna, dove ho avuto problemi a inserirmi, ma non si può ridurre tutto alla sfera sessuale».

Una storia di sport e d’amore che sarebbe stato inimmaginabile leggere se al posto delle due giocatrici ci fossero stati due colleghi. Sesso e sport, il grande tabù, ma più di tutti e, in particolare nel calcio, lo è l’omosessualità. Perché i calciatori devono essere “maschi” e il calcio “non è un gioco per signorine”. Fece notizia nel 2014 il coming out di Thomas Hitzlsperger, il primo giocatore della Nazionale di calcio tedesca a dichiararsi omosessuale. «È un tema – dichiarò all’epoca – che non viene preso sul serio, non nello spogliatoio almeno. Per questo ho deciso di parlare».

La sottile linea delle discriminazioni viaggia sul filo delle parole, sull’uso di un termine anziché di un altro. Parole come pietre. Come quelle dell’allora presidente della Lega nazionale dilettanti Felice Belloli che, nel marzo 2015 nel corso di una seduta consiglio direttivo del dipartimento del calcio femminile, sbottò con l’ormai famoso: «Basta non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…». Belloli fu poi sfiduciato dopo qualche mese, ma poco tempo dopo arrivò in suo soccorso Roberto Salerno, presidente del Torino femminile, che spiegò al quotidiano La Stampa: «In Italia il calcio femminile è in mano a una lobby di giocatrici gay. Chiesi le dimissioni di Belloli per le sue frasi sulle ‘lesbiche’ ma ora confermo le sue parole che mi riservo di documentare». Quelle parole suscitarono sdegno tanto che Assist - Associazione nazionale atlete raccolse 355 firme, l’adesione di 27 associazioni e quella di 21 tra senatrici e senatori oltre che di tantissime atlete. Lo stesso Salerno che nell’aprile 2017 si schierò a fianco delle sue calciatrici vittime di un episodio omofobo durante una partita contro la Bruinese, squadra maschile, in una gara valida per il torneo di Giaveno. Al tempo Salerno annunciò di voler ricorrere alla Procura federale e il ritiro dal torneo, come forma di protesta ma anche di tutela nei confronti delle ragazze.

«Tenete lontano da me gli omosessuali, io sono normalissimo», sentenziò Carlo Tavecchio sempre nel 2015 a pochi giorni dalla sua elezione a presidente della FIGC. Cercò, invece, di minimizzare sostenendo che erano state «cose di campo» Maurizio Sarri quando diede del «frocio» e del «finocchio» a Roberto Mancini. Nel corso del quarto di finale di Coppa Italia tra l’Inter e il Napoli nel gennaio 2016, infatti, era andato in scena in campo un siparietto che di sportivo aveva ben poco. A raccontarlo a fine gara ai microfoni di Rai Sport lo stesso Mancini, all’epoca dei fatti allenatore dell’Inter: «Le persone così non possono stare nel calcio sennò non migliorerà mai». L’allenatore del Napoli minimizzò dicendo appunto che quelle erano «cose di campo» e che non sarebbero dovute finire in TV.

Uno scambio di accuse che conquistò le prime pagine dei giornali e che divenne persino oggetto di un sondaggio tra i lettori del Corriere dello Sport per sapere se davvero quella di Sarri si poteva considerare un’offesa.

Di insulti omofobi in campo ne sa qualcosa Hector Bellerin, il terzino spagnolo dell’Arsenal, che di recente in un’intervista al Times ha denunciato di essere oggetto di insulti anche on-line: «C'è chi mi ha dato della lesbica perché porto i capelli lunghi».

Le cose possono cambiare a partire dalle parole, andando oltre gli stereotipi, come ha fatto la copertina di Sportweek, il settimanale della Gazzetta dello Sport, che nel luglio 2015 ha aperto con il bacio tra due giocatori della Libera Rugby, la prima squadra di rugby gay-friendly in Italia, o il più recente Il calciatore invisibile, documentario del regista Matteo Tortora che racconta il Revolution Soccer Team, la squadra maschile di calcio a 5 gay e gay-friendly nata a Firenze nel 2008.

Non solo il calcio, però, è teatro di discriminazioni. È successo a Manu Benelli, ex pallavolista con 11 scudetti nel palmares e oggi allenatrice, che nel 2015, nel corso degli Stati generali dello sport a Roma promossi da Assist, raccontò per la prima volta in pubblico di aver firmato un contratto omofobo. In una clausola c’era scritto che se avesse dato fastidio a una delle sue giocatrici, sarebbe stata allontanata. «Mentre ai dirigenti e agli allenatori che ci provano - spiegò Benelli - gli si dà pure una pacca sulla spalla. Non ho fatto niente del genere, ma secondo voi nel contratto di un uomo c’è mai stato qualcosa di simile?».

Da un lato le umiliazioni, dall’altro i coming out più o meno famosi (conquistarono i giornali quelli del tuffatore Greg Louganis che partecipò anche ai Gay Games o ancora prima quello di Martina Navrátilová) o le scelte che hanno scritto nuove pagine nella storia dello sport. Come fece il CIO, quando ai Giochi olimpici di Londra 2012 per la prima volta permise la partecipazione degli atleti transgender senza la necessità dell’intervento chirurgico. Quattro anni più tardi, a Rio 2016, secondo il sito specializzato Outsports, il numero degli atleti LGBT, quelli che hanno dichiarato apertamente la loro preferenza sessuale, prima o durante i Giochi, era più che raddoppiato: 49 contro i 23 dei precedenti Giochi. Secondo Jim Buzinski, uno degli autori della ricerca e fondatore del sito, la crescita è dovuta all’esposizione mediatica del tema negli ultimi anni.

Dietro i numeri, però, ci sono le storie come quella della capitana dell’hockey femminile della Gran Bretagna, Kate Richardson-Walsh e di sua moglie Helen, la prima coppia sposata dello stesso sesso a vincere un oro olimpico nella stessa finale proprio a Rio 2016. Oppure la nostra Rachele Bruni, vincitrice dell’argento nella 10 chilometri nel nuoto di fondo, che dedicò alla sua fidanzata, o il britannico Tom Daley, che dopo la vittoria nei tuffi annunciò di volersi godere la luna di miele con il marito.

Anche gli sponsor hanno fatto la loro parte. Nei giorni di Rio 2016 la Nike ha trasmesso uno spot TV con l’atleta trans Chris Mosier per la campagna Unlimited Courage. Pochi mesi prima l’Adidas aveva incluso nei suoi contratti una clausola che tutela gli atleti omosessuali, bisessuali o transgender che vogliano fare coming out.

Lontano dai riflettori e dal marketing ci sono atleti che ogni giorno combattono contro le discriminazioni e che talvolta sono costretti ad abbandonare la pratica sportiva. Per questo l’UISP - Unione Italiana Sport per tutti ha promosso Alias, una forma di tesseramento che va oltre i pregiudizi e le discriminazioni e che, soprattutto, permette alle persone che stanno effettuando il cambio di sesso di poter continuare a fare attività motoria senza discriminazioni. Di Alias si parlerà anche al Congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento, che si terrà a Napoli il 19 e 20 ottobre prossimi. 

 

Crediti immagine: da midianinja [CC BY-SA 2.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

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