14 ottobre 2019

Il lobbismo antiambientalista delle grandi compagnie petrolifere e del gas

Nel marzo scorso, InfluenceMap (una piattaforma che fornisce analisi su questioni legate ai cambiamenti climatici e alla transizione energetica) ha pubblicato un rapporto sugli investimenti occulti delle cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in borsa, cioè ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total, per quel che riguarda l’attenzione ambientale. I dati del rapporto, che ha destato molto scalpore, mostrano come, a fronte di dichiarate scelte di politica ambientale attente ai problemi ecologici e volte a produzioni sempre più ecosostenibili, queste grandi aziende investano, in realtà, molto di più per fare pressioni di ogni tipo per ritardare, controllare e addirittura ostacolare le diverse azioni di contrasto all’inquinamento e, soprattutto, ai cambiamenti climatici.

Dopo gli Accordi di Parigi sul clima del 2015, infatti, attraverso i quali si è cercato di andare oltre le mere dichiarazioni d’intenti (troppo spesso in passato disattese) e di vincolare il più possibile i Paesi firmatari a fare scelte concrete per invertire e fermare la deriva legata ai cambiamenti climatici, InfluenceMap ha analizzato i bilanci di questi colossi finanziari, mostrando come ognuno di essi spenda circa 200 milioni di dollari l’anno in attività di lobbismo diretto che ostacolano concretamente le politiche ambientaliste che mirano a frenare il riscaldamento globale su tutto il pianeta.

Infatti, anche dopo il 2015, ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno investito oltre 100 miliardi di dollari in combustibili fossili, cioè dieci volte di più di quanto abbiano speso in investimenti legati, invece, a un minore impatto energetico e, in generale, a basse emissioni di carbonio.

A ciò si aggiungono i soldi spesi in pubblicità, più o meno occulta, sui diversi social media per promuovere la loro agenda ad alto tasso di produzioni inquinanti (cioè maggiore produzione di combustibili fossili) e volta a contrastare le nuove legislazioni più attente ai problemi del riscaldamento globale.

Addirittura, la BP ha donato 13 milioni di dollari (di cui uno è stato speso in soli annunci su Facebook e Instagram) a una campagna, appoggiata peraltro anche da Chevron, che è riuscita a bloccare una tassa sul carbonio che doveva essere introdotta nello Stato di Washington e che, invece, non è mai stata approvata.

Edward Collins, autore del rapporto InfluenceMap, nella sua analisi delle voci di bilancio aziendali (soprattutto delle spese legate alle attività pubblicitarie), ha mostrato come il branding climatico delle diverse major petrolifere e del gas sia, in realtà, una sorta di “specchietto per le allodole”: pubblicamente, infatti, vengono promosse soluzioni ecosostenibili, a basso impatto ambientale e campagne di cura ecologica, ma, in realtà, il grosso degli investimenti di queste società mira a ostacolare tutti i vari accordi vincolanti sul clima, oltre a continuare a sostenere l’espansione nel settore dei combustibili fossili e delle fonti non rinnovabili.

Un abisso enorme tra le parole spese e le azioni intraprese, allo scopo di ingannare il pubblico e la società civile, di cui si mira all’approvazione, per continuare indisturbati nell’estrazione sempre più massiva di gas e petrolio. Ovviamente, i vertici di tutte le società chiamate in causa hanno dissentito fortemente dall’analisi esposta nel report in questione, dichiarandosi fortemente favorevoli a quanto stabilito dagli Accordi di Parigi e ribadendo il loro impegno verso politiche e soluzioni più “verdi”.

 

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