2 settembre 2019

Il matrimonio “riparatore” e il caso Franca Viola

di Flavia Alì

«Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come avrebbe fatto qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé». Sono emblematiche, forti, toccanti, le parole pronunciate durante un’intervista di Riccardo Vescovo a Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare il cosiddetto “matrimonio riparatore”, una “soluzione” adottata dalle famiglie delle giovani donne vittime di stupro per salvaguardare l’onore delle vittime, delle famiglie di appartenenza e di tutti i soggetti coinvolti. All’apparenza un accordo conveniente per entrambe le parti, dal momento che l’esecutore dell’atto non subiva alcuna pena o condanna e la donna, non più illibata, non correva il rischio di non venire più presa in moglie. In ballo c’erano l’onore e il buon nome della famiglia della vittima, ma nessuna vera preoccupazione per la volontà e le condizioni della stessa.

Oggi si rimane esterrefatti di fronte a quella che fino al 5 settembre 1981, data dell’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, era una pratica più che usuale e disumana.

Pensate ad una ragazzina, sola, indifesa, affidata dalla stessa famiglia che avrebbe dovuto proteggerla alle grinfie del suo violentatore, al suo venire “scambiata” per contratto, come una merce, e destinata a vivere il resto dei suoi giorni con il suo aguzzino.

La prima donna a dire pubblicamente “no” al matrimonio riparatore fu la diciassettenne siciliana Franca Viola.

Solo due anni prima, con il consenso dei genitori, si era fidanzata con Filippo Melodia, esponente di una famiglia mafiosa. E proprio la famiglia di Franca aveva rotto il fidanzamento quando lui si era macchiato di furto e altri crimini, con il risultato di vedere rapita e violentata la loro bambina.

Otto giorni dopo il rapimento Franca venne ritrovata e in seguito, facendo appello a tutte le sue forze, combattendo una battaglia che la vedeva affiancata solo dai genitori, riuscì a far condannare il suo carnefice.

Contro le usanze e i pregiudizi del tempo, Giuseppe Ruisi, un amico d’infanzia di Franca, nata ad Alcamo nel 1948, volle sposarla, sfidando anche il pericolo di ritorsioni da parte della famiglia Melodia: «Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra», dichiarò a Franca.

Solo l’8 marzo 2014 venne pubblicamente sugellato il valore civile della scelta coraggiosa di Franca Viola, che quel giorno, al Quirinale, venne insignita di un’importantissima onorificenza dal presidente emerito Giorgio Napolitano per il coraggioso gesto da lei compiuto.

Tante donne, oggi, dovrebbero esprimere gratitudine a Franca Viola per quel suo atto intraprendente, che le ha liberate tutte e ne ha fatto un simbolo concreto dell’emancipazione femminile italiana.

«Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti – così continuava la citazione riportata all’inizio del testo –; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori».

 

Crediti immagine: ruigsantos / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0