14 febbraio 2017

Il test di Rorschach, un fenomeno pop

di Nicola Boccola

Tra le immagini più in grado di evocare la psicologia del profondo ci sono le foto del volto serio di Sigmund Freud, i quadri di Bosch, Escher e Magritte, e soprattutto le tavole di Rorschach. Le celebri dieci macchie simmetriche del zurighese dottor Hermann, sosia di Brad Pitt e morto giovanissimo nel 1922, sono ormai fenomeno pop: pressoché chiunque ha almeno una vaga idea della loro struttura e funzione, anche a causa dei tanti film e serie televisive che l’hanno sceneggiato. Ci sono un gruppo musicale e un fumetto dal nome Rorschach e alle sue immagini ispirati, un noto marchio di abbigliamento svedese propone la tavola otto su una t-shirt; chi scrive ha ricevuto in regalo un set di sottobicchieri con le tavole impresse, mentre al Salone del Mobile di Milano si presentava Lapsus, capolavoro di sincretismo, “divano di Freud con le macchie di Rorschach”. In rete è semplicissimo trovare una loro riproduzione accanto a presunte chiavi di lettura: fenomeno molto nocivo, visto che l’esposizione alle tavole è in grado di condizionare negativamente le risposte di quello che è tuttora il test perfomance-based più utilizzato non solo in clinica, ma anche nei processi penali e civili. Il test è di tale complessità che imparare a memoria alcune risposte considerate positive (o negative, a seconda dei casi) non serve a raggiungere i propri scopi, ma solo a creare degli artefatti molto più dannosi di un profilo magari problematico ma autentico. Inoltre la sua lettura si basa sulle caratteristiche strutturali delle risposte e solo in minima parte sul loro contenuto, considerato dai profani il vero nucleo; i somministratori esperti ben conoscono i comportamenti di chi arriva preparato al test, e hanno gli strumenti per stanarli.

Considerazioni sconosciute alla giornalista Daria Bignardi, che due anni fa cogitò di proporre le prime tre tavole alla cantante Arisa nel corso della trasmissione Le invasioni barbariche, con tanto di esortazioni a produrre risposte e interpretazioni campate in aria. L’Ordine degli psicologi pretese delle scuse, che arrivarono a tarda notte nella puntata successiva; l’emittente La7 ha poi saggiamente rimosso ogni traccia video dell’accaduto. Non un bel momento per il test che fu somministrato ai criminali nazisti - tra cui per due volte a Goering - nel processo di Norimberga, alimentando con la banalità dei profili risultanti (alcuni di loro mostravano disturbi di personalità ma non sindromi cliniche) il dibattito sulle radici del male. Il test si è sviluppato particolarmente nei paesi latini e in Italia grazie all’opera di Carlo Rizzo, che già negli anni ’30 del secolo scorso importò il reattivo fondando la Scuola Romana Rorschach, a tutt’oggi uno dei metodi interpretativi più validati al mondo – accanto a quello americano di Exner – perché attento a rendere oggettiva la siglatura, cioè il passaggio dalla risposta verbale al contenuto numerico dei suoi parametri. Riducendo sensibilmente la possibile influenza soggettiva dell’esaminatore, ovvero la più grande critica storicamente mossa al test. Chi ha assistito giovanissimo alla tumultuosa diffusione del test, come il docente di psicodiagnostica Luigi Abbate, racconta di episodi curiosi: la porta della casa di Carlo Rizzo lasciata aperta il mercoledì sera e il viavai di studenti che portavano il loro protocollo per una supervisione; il clima di disprezzo negli anni ’70 per i test, considerati capaci di differenziare le persone e quindi politicamente di destra; il prete francese che si appostava fuori dalle università per proporre le tavole in vendita a 8 mila lire, invece delle 10 mila che erano il prezzo di listino italiano. Gli ottanta anni di attività hanno permesso alla Scuola Romana di dedicarsi a un progetto ambizioso: la creazione dei big data di tutte le risposte degli italiani al test, al fine di valutarne i cambiamenti collettivi nei vari decenni. La ricerca dovrebbe essere ultimata nel 2018, ma le prime risultanze parlano di un deterioramento dello stile cognitivo: gli italiani risultano impigriti, infantili e dotati di un minore senso di responsabilità rispetto al passato. Brutte notizie per noi, ma segno di vitalità per un test che si approssima ai suoi primi cento anni di storia.

 


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