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19 maggio 2017

Il vinile è ancora in giro

Lo credevamo un ricordo romantico passato a miglior vita, ma il vinile è tornato a graffiare sul piatto. In pochi avrebbero scommesso che il poetico mezzo d’ascolto che ci ha permesso innumerevoli volte di trasformare la musica in un’esperienza fisica e visiva, anni dopo la sua scomparsa dalla scena musicale avrebbe influenzato ancora i gusti dei più esigenti. E in effetti è vero, l’esperienza del vinile è stata come una vera e propria influenza ricomparsa dopo la guarigione per via di un virus contagioso.

Introdotto nel 1948 sul mercato negli Stati Uniti d’America dalla Columbia Records come fratello minore più evoluto del 78 giri, il disco in PVC ha goduto di gloria fino agli anni Ottanta. Nel decennio per alcuni tratti più rivitalizzante della storia recente – nel rigetto delle espressioni culturali ideologizzate e nel fluttuante delinearsi di stili di vita e abitudini rutilanti – l’incursione delle musicassette e del compact disc ha rimpiazzato il vinile, avvolgendolo in un velo d’ombra che lo ha occultato e annoverato tra gli oggetti di un modernariato desueto e impopolare.

Con la produzione drasticamente interrotta negli anni Novanta – momento in cui il panorama musicale si è infiammato nuovamente di personaggi iconici estremamente rock and roll che hanno avuto il potere di caratterizzarne il corso e il ricorso storico – nella seconda metà dei Duemila, proprio nel punto d’incontro con le nuove funzioni digitali, il famigerato disco analogico è stato riaccolto a braccia e orecchie aperte con l’entusiasmo che travolge quando si ritrova un vecchio amico perso di vista anni prima. Il motivo? Squisitamente nostalgico.

Secondo la British phonographic industry, infatti, le vendite del vinile nel mercato musicale globale nel 2016 ammontano a ben 3,2 milioni di esemplari, con un clamoroso aumento del 53% rispetto all’anno precedente. Non più, dunque, un prodotto di nicchia. A darne ulteriore conferma ci pensano i dati sulle vendite in calo dei CD e sul tracollo (letteralmente) dei download, pari a 18 milioni. A farla da padrone, però, rimane sempre lo streaming, che surclassa tutti con 45 miliardi di brani ascoltati in Rete.

Se i miti sono miti e non si possono smitizzare neppure (e sopratutto) da morti, resistendo alla memoria in quanto persone fuori dal comune per capacità, talento e carisma, ecco che a cavalcare l’onda energizzante del vinile torna in scena perfino George Harrison. La famiglia del più mistico e illuminato dei Beatles, scomparso nel 2001, ha annunciato all’inizio dell’anno l’uscita di un imperdibile box-set contenente tutti gli album della carriera solista dell’artista stampati in vinile 180gr (un formato più pesante della norma per dare maggiore stabilità e garantire una riproduzione migliore), rimasterizzati grazie alla disponibilità delle leggendarie registrazioni effettuate nei Capitol Studios di Los Angeles.

A supportare l’ascolto dei 12 album il giradischi George Harrison Essential III, prodotto in 2500 pezzi ormai introvabili e disegnato da Pro-Ject Audio Systems, uno dei leader del settore. Inutile dire quanto l’operazione abbia mandato i fan di George Harrison, gli audiofili e i collezionisti delle rarità in vinile in preda al più folle bisogno di possesso.

In attesa della contromossa del digitale spodestato – armato fino ai denti, intenzionato a dichiarare guerra e a garantire (sempre e comunque) una qualità audio senza fruscii e salti –, mentre buona parte degli artisti e delle band mondiali non manifestano alcuna perplessità a mettere sul mercato anche una versione dei loro lavori per giradischi, mentre il virus si diffonde e la febbre continua a salire, l’amato vinile si gode il suo rinnovato successo ancora ambizioso, rampante e adolescente come nel 1948. Perché, se vero è che di essere per sempre giovani (for ever young, parafrasando Bob Dylan) non si finisce mai, è altresì vero che il fascino della puntina che graffia sui solchi resterà in eterno uno dei più sublimi piaceri legato all’ascolto e all’educazione sentimentale di ogni appassionato di musica. 

 

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02 maggio 2017

La buona informazione secondo gli italiani

Il boom di quotidiani online e social network non cambia le abitudini degli italiani; la carta stampata è ancora il mezzo di informazione ritenuto più affidabile. Lo rivela un’indagine realizzata dall’istituto di ricerche SWG in collaborazione con il Premio giornalistico Marco Luchetta. La televisione è il miglior compromesso tra attendibilità e rapidità, ma il 71% degli italiani non ha dubbi, il primato dell’affidabilità è dei giornali di carta. Seguono TV e radio, entrambi al 67%. I social network, invece, faticano a conquistare la fiducia dei lettori. Risultano comodi e immediati, ma forse anche a causa del costante assalto di fake news e falsi profili, difficilmente riconoscibili soprattutto dai meno giovani, sono considerati affidabili solo dal 35% degli intervistati. Discorso differente per i talk show; fino a qualche anno fa vera passione degli italiani, oggi non solo faticano ad attrarre nuovi spettatori ma, con il 27% di affidabilità, per gli italiani si posizionano in fondo alla classifica del buon giornalismo.

Per quanto riguarda le notizie ritenute più interessanti, sfatato il mito che ci vuole ossessionati dai casi di cronaca e dal calcio. Gli italiani preferiscono la politica, prima, con il 47% delle preferenze; seguono le notizie relative a temi ambientali, salute e cronaca nazionale con il 38%. Le arti (cinema, teatro, musica e mostre) al 33% battono lo sport, che rappresenta comunque il tema di maggior interesse per il 28% degli intervistati. Chiudono la classifica la finanza (14%), che, probabilmente, di questi tempi in molti preferiscono non guardare, gli esteri (11%) e il mondo delle imprese con appena il 10%. Molte le differenze di genere: gli uomini decisamente più attenti a sport, finanza e politica, mentre le donne si distinguono per l’interesse verso cronaca e cultura.

Ma quali sono le tematiche meno seguite dai media? A questa domanda la risposta più condivisa risulta l’ambiente, seconde con il 32% le notizie riguardanti l’evolversi della società e dei suoi problemi, infine, agli antipodi in questa speciale classifica con il 2% si piazza lo sport.

 

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10 aprile 2017

Vespa, la nascita di un mito

Un nome famoso in tutto il mondo che esula dal marchio di fabbrica, la Vespa non è solo un fenomeno commerciale, ma rappresenta qualcosa che ha segnato profondamente la storia del costume dell’Italia e del mondo intero.  Nasce per un’intuizione, grazie alla volontà di Enrico Piaggio di immettere sul mercato un prodotto a basso costo e destinato a un largo consumo. Era il 1945, la guerra stava volgendo al termine, l’Italia era un paese da ricostruire ed Enrico si adoperò per trovare ogni soluzione per rimettere in moto la produzione nei suoi stabilimenti, a cominciare da quello di Biella, dove la maggior parte delle attività erano state trasferite da Pontedera, perché si pensava fossero più al sicuro dai bombardamenti alleati. Il primo prototipo realizzato, siglato come MP5, fu ribattezzato “Paperino” per la sua forma inconsueta, ma quel nome e quel prototipo non convinsero del tutto Enrico che incaricò l’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio di rielaborare il progetto. Grazie alle modifiche apportate, nacque un mezzo che con il “Paperino” non aveva più nulla a che vedere. Rispetto alla locomozione motorizzata a due ruote furono introdotti elementi assolutamente innovativi e originali. Con la preziosa collaborazione di Mario D’Este, suo disegnatore di fiducia, a Corradino D’Ascanio bastò un periodo relativamente breve per perfezionare la sua idea e preparare il primo progetto della Vespa, che fu presentato a Roma nel marzo del 1946 e prodotto a Pontedera a cominciare dall’aprile successivo. L’origine del nome è ancora oggi piuttosto incerta. Tra le diverse ipotesi quella più famosa e suggestiva vuole che il nome sia nato da un’esclamazione di Enrico Piaggio che alla vista del prototipo avrebbe detto: “sembra una vespa!”, per via del suono del motore e delle forme della carrozzeria mediana, molto stretta. Tralasciando le caratteristiche tecniche, che molto attingevano dall’esperienza aeronautica del suo progettista, il nuovo motociclo incontrò fin da subito i favori del mercato. La prima Vespa aveva una velocità di 60 km/h e fu proposta in due differenti versioni: normale 55.000 lire e lusso 61.000 lire, corrispondenti a molti mesi di stipendio; ma questo, sin dagli esordi, non impedì la sua larghissima diffusione. Già negli ultimi mesi del ’47 la produzione iniziò a decollare. Nel 1948 uscì dagli stabilimenti Piaggio la Vespa 125, il modello destinato a sostituire la prima versione di 98 cc. Con il nuovo modello la produzione iniziò a crescere incessantemente, tanto da divenire un vero e proprio fenomeno di costume, documentato nel tempo da centinaia di film che l’hanno vista “protagonista”: da Vacanze romane ad American graffiti. Indimenticabile il giro in vespa per le strade deserte di una Roma estiva in Caro diario di Nanni Moretti. Nel corso della sua storia, è stata prodotta in 13 nazioni e commercializzata in 114 Paesi. Anche in Australia, in Sudafrica e negli Stati Uniti. Da allora non è più soltanto un mezzo di locomozione a due ruote, ma è diventata un oggetto di culto e di design, esposta in tutto il mondo in moltissimi musei d’arte moderna, scienza e tecnica, e trasporti. Oggi la Vespa ha superato la quota delle 18 milioni di unità prodotte.  

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24 febbraio 2017

Il ritorno del Nokia 3310

Nell’epoca degli smartphone si alza all’improvviso un vento di nostalgia: il Nokia 3310, il cellulare più amato e venduto di sempre, a sorpresa tornerà sui mercati di tutto il mondo entro la fine dell’anno. Stando alle indiscrezioni fornite dal famoso leaker Evan Blass (in arte @Evleaks), l’evento di presentazione si terrà domenica 26 febbraio in occasione del Mobile World Congress di Barcellona.

Il nuovo modello non sarà lanciato dalla storica casa finlandese che lo aveva dato alla luce nel settembre del 2000 ma da HMD Global Oy, l’azienda connazionale che ha acquisito la licenza esclusiva del marchio Nokia per la telefonia tradizionale da Microsoft, che in precedenza si era impadronita della parte industriale del colosso finlandese. Nel corso della manifestazione catalana, oltre al Nokia 3310, verranno presentati due esemplari di smartphone: il Nokia 5 e il Nokia 3 (nel mese di gennaio, in Cina, era stato già lanciato il Nokia 6).

un impegno a riflettere sul bisogno di una cultura europea unitaria ha fatto sognare un’intera generazione di adolescenti non si discosterà molto dall’originale, famoso per la sua indistruttibilità (quando cadeva a terra nella peggiore delle ipotesi si staccava la batteria), per la durata infinita della batteria (circa 260 ore), per l’inconfondibile suoneria ribattezzata “Nokia Tune”, per la velocità incredibile con cui grazie al T9 si potevano scrivere i messaggi, per le cover con le quali era sempre possibile personalizzare il proprio cellulare, per l’assenza di sfondi animati e colori sul display che lo rendeva “vintage” già al suo tempo e per i giochi che intrattenevano migliaia di ragazzi (su tutti, Snake e Space Impact).

Tutte queste caratteristiche, che lo hanno reso dal 2000 al 2005 un vero e proprio oggetto di culto (ben 126 milioni gli esemplari venduti), verranno combinate con un design più moderno, con la connessione 3G, con una fotocamera da 2 megapixel e con tante altre piccole innovazioni. Il prezzo, come ai vecchi tempi, resterà altamente competitivo e dovrebbe aggirarsi attorno ai 60 dollari. Insomma, in un connubio perfetto tra tradizione e innovazione, la nuova versione del Nokia 3310 è pronta a fare concorrenza a tutti gli smartphone di ultima generazione.

 

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02 marzo 2017

La fotografia a 70 anni dalla nascita della Polaroid

Era il 21 febbraio 1947 quando il fisico statunitense Edwin Land presentò per la prima volta al pubblico una rivoluzionaria applicazione delle sue ricerche sulla polarizzazione della luce, nella forma di una macchina fotografica che permetteva di sviluppare istantaneamente le fotografie.

I primi 60 esemplari di questo nuovo apparecchio andarono a ruba in un solo giorno, e da lì iniziò un successo ininterrotto, anche grazie al contributo di artisti di fama internazionale come Andy Warhol, che lo utilizzò per scattare migliaia di ritratti di celebrità, paesaggi cittadini e nature morte (raccolti nel volume Andy Warhol – Polaroids 1958-1987, edito da Taschen nel 2015 ).

L’idea di Land era nata, come raccontò egli stesso, durante una vacanza in cui la figlia di tre anni gli chiese di poter vedere subito le foto che il padre le aveva appena scattato. E l’intuizione era giusta, perché quello di vedere in tempo reale il risultato delle istantanee (ovvero delle fotografie eseguite con tempo di posa breve e quindi senza necessità di un sostegno per la macchina fotografica) era un desiderio comune fin dalla diffusione della macchina fotografica come strumento tecnologico di massa.

E altrettanto iconico è il fatto che una delle prime Polaroid scattate da Edwin fosse proprio un rudimentale autoscatto, a testimonianza che la tecnologia da lui sviluppata era il vero antesignano di quello che sarebbe divenuto il linguaggio universale dei selfie nella cultura contemporanea.

La crisi delle industrie fotografiche tradizionali non ha lasciato indenne la Polaroid, che nel 2008 ha cessato di produrre pellicole istantanee, anche se un gruppo di appassionati (denominatisi “The Impossible Project”) ha ricominciato a fabbricare la pellicola che permetterà di continuare a utilizzare gli apparecchi superstiti al dominio del digitale.

Oggi, a 70 anni di distanza da quel 21 febbraio, abbiamo perso la familiarità con il gesto di scattare, estrarre lo spesso quadrato di carta plastificata e sventolarlo aspettando il risultato della “magia” che fa emergere i contorni e i colori dal nero uniforme circondato dalla cornicetta bianca dove si registravano appunti e dediche.

Ma il gesto, che ormai ripetiamo anche più volte al giorno, di immortalare noi stessi, gli amici, gli oggetti, persino il cibo e condividerli in tempo reale sui canali social è in fondo frutto della stessa pulsione che animò l’inventore americano: quella di fermare gli attimi, anche quelli più apparentemente insignificanti, di un presente che percepiamo sempre più effimero.

 

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