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11 luglio 2014

Internet e diritti secondo Rodotà

di Giovanni Ziccardi

Il saggio di Stefano Rodotà intitolato Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli, pubblicato di recente da Laterza in collaborazione con “La Repubblica”, è composto da una prima parte che riprende il XIV capitolo di un altro libro di Rodotà, Il diritto di avere diritti, e da un seconda parte che contiene interviste già pubblicate su quotidiani e settimanali fatte a personaggi cardine del mondo digitale. Il prologo cita John Perry Barlow e la sua “Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio”, risalente al 1996 ma ancora molto attuale: è vero che Internet non ha sovrano? Che è “invincibile” per natura? Che è libertaria sino all’anarchia? Che ormai costituisce una rete di comunicazioni che nessuno potrebbe bloccare o controllare? Il problema, nota Rodotà, è che, nel corso di questi ultimi vent’anni, la storia spesso ha dimostrato il contrario, soprattutto con riferimento all’ingerenza normativa degli Stati sul tessuto digitale. Da un lato, scrive l’Autore, si parla di una “sovranità improponibile”, dall’altro si critica un “potere invadente”. Può esistere, allora, una via di mezzo? Una regolamentazione, sì, ma che sia rispettosa dei diritti anche in un ambiente così particolare, e per molti versi fragile, come il cyberspazio? La prima parte dello scritto si apre con una stretta, e molto opportuna, connessione al mondo della politica: democrazia e cittadinanza digitale sono i due argomenti affrontati da Rodotà, collegati al riconoscimento (anche costituzionale) di un diritto all’accesso a Internet. Si richiama, allora, il mito dell’agorà di Atene, che rinasce nel mondo moderno e in un villaggio globale e piazza virtuale che possono ricostruire il mito della democrazia diretta e, addirittura, potrebbero salvare la morente democrazia rappresentativa per traghettarla verso una democrazia immediata capace di consultare in maniera costante e permanente i cittadini. Ma non tutto è così semplice: un simile quadro, e la considerazione dei diritti fondamentali dell’individuo e del loro valore, portano l’Autore a una riflessione sul concetto di cittadinanza digitale, ossia su quelle situazioni che descrivono la condizione di una persona nel mondo digitale. Lo studio prosegue con riflessioni su neutralità e anonimato, e sul patrimonio di conoscenza in rete da intendersi quale bene pubblico globale. La neutralità della rete si fonda sull’eguaglianza, ed è interpretata come il divieto di ogni discriminazione riguardante i dati e il traffico su Internet che sia basata sul mezzo utilizzato, sulla tecnologia, sui contenuti, sui servizi e sulle caratteristiche delle persone. Il timore che aleggia è, appare chiaro, quello di una “censura di mercato” che arrivi anche a impedire l’accesso alle risorse digitali. Interessante è il passaggio che descrive i concetti di “habeas corpus” e di “habeas data” e che contiene, sul punto del diritto alla privacy, considerazioni importanti. Qui la riflessione si relaziona al delicatissimo tema della trasparenza degli algoritmi e della società e del diritto all’oblio, oblio che contrasta visibilmente con l’estrema tracciabilità presente nella società odierna e con una sorta di “obbligo del ricordo”. La parte finale dello scritto dello studioso affronta il problema delle nuove forme di redistribuzione del potere (con l’avvento dirompente della trasparenza radicale e di un processo di controllo diffuso sull’esercizio del potere, sino allo smantellamento degli arcana imperii), della “qualità” della democrazia elettronica (siamo certi che la democrazia elettronica porti automaticamente a un’espansione del potere del cittadino o, al contrario, può nascondere rischi di populismo e di confusione sino a portare a rigurgiti di totalitarismo?) e della necessità di una proposta di un Internet Bill of Rights, una carta dei diritti fondamentali come rimodulati (o riconosciuti) nell’ambiente digitale. Terminato il saggio di Rodotà, la seconda parte del libro si apre con la traduzione di un’intervista a Edward Snowden, l’ex consulente CIA che ha svelato al mondo, nel giugno del 2003, migliaia di documenti sulle attività di controllo della NSA e ha dato origine al fenomeno del cosiddetto Datagate. Una seconda intervista, sempre sul tema, coinvolge due senior executive di NSA che accennano, in maniera molto cauta, alle attività di controllo dell’agenzia. Seguono le opinioni di Vinton Cerf, uno dei padri di Internet e ora executive di Google, sullo stato attuale del controllo: Cerf è molto ottimista, e sostiene che non esistano “porte segrete” attraverso le quali siamo controllati, anche se riconosce il delicato rapporto tra privacy e sicurezza. Profilo interessante, che è presentato subito dopo, è quello di John Young di CryptoMe, sempre sul tema del Datagate. Young afferma di non credere alla versione ufficiale per cui Obama non sarebbe stato a conoscenza delle attività di spionaggio della NSA, ma che anche lui sarebbe da tempo entrato a pieno titolo nel “mondo della segretezza” che è essenza stessa del potere. Chiudono il breve saggio un appello firmato da alcuni intellettuali contro la sorveglianza, nelle righe del quale si domanda un ritorno alla inviolabile integrità dell’individuo e delle sue comunicazioni e al diritto di non essere osservati e disturbati nei pensieri, nell’ambiente personale e nelle comunicazioni. Una persona sotto sorveglianza, si sostiene, non è più libera, così come una società sotto sorveglianza non è più una democrazia. Le ultime pagine riportano un elenco di dati e alcune mappe: particolarmente utili quella sul livello di libertà in Internet (che suddivide i Paesi per intensità di regolamentazione e “inimicizia” nei confronti del mezzo elettronico), quella sugli attacchi di Anonymous, quella che raffigura i Paesi spiati dalla NSA (sono 37 gli Stati sui quali si sono avute notizie documentate rispetto ad attività di intercettazione delle comunicazioni da parte degli USA) e una cronologia finale della rete.


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