17 aprile 2020

Internet, risorsa scarsa e preziosa al tempo del Coronavirus

 

Uno degli aspetti più evidenti dell’attuale situazione d’emergenza legata alla pandemia di Covid-19 e alle relative misure di lockdown adottate da diversi Paesi, tra cui l’Italia, è che Internet viene ormai considerato dall’intero tessuto sociale un bene essenziale al pari di elettricità, riscaldamento e acqua corrente. Un riconoscimento che a sua volta viene declinato in esigenze politiche; l’articolo 79 del decreto “Cura Italia”, ad esempio, sottolinea la necessità di garantire l’accesso ininterrotto alla rete.

 

Il perdurare dello stato di lockdown, d’altra parte, pone le società globali di fronte al fatto che Internet è un servizio tanto fondamentale quanto “scarso” ossia, da un punto di vista macroeconomico, non disponibile in maniera illimitata. Scarsità nella possibilità di utilizzo della risorsa significa, innanzitutto, dover scegliere le modalità con le quali distribuirla secondo criteri economici, soprattutto quando tale risorsa è considerata essenziale.

 

La quarantena causata dal Covid-19 fa sì che in questo momento miliardi di persone si trovino costrette in casa. L’ovvia conseguenza è l’aumento critico dell’utilizzo della rete Internet: dalle videoconferenze alla didattica a distanza, all’uso massivo dell’intrattenimento digitale (in Italia l’utilizzo di connessione per i videogiochi on-line è quadruplicato), la quotidianità delle persone in questo momento è visceralmente legata all’uso della rete.

 

Da questa serie di considerazioni discende con sempre più forza un dilemma: le infrastrutture per il collegamento alla rete saranno in grado di reggere questo repentino quanto vertiginoso aumento nei consumi? Inoltre, se ciò non fosse possibile, quali dovrebbero essere i collegamenti da considerare prioritari e, soprattutto, chi dovrebbe stabilire, a nome della collettività, quali accessi debbano essere considerati imprescindibili?

 

Ha fatto molto discutere, a tal proposito, la decisione dell’Unione Europea di chiedere alle grandi piattaforme di streaming video, come Netflix, di ridurre la banda dello streaming, in particolar modo per l’utilizzo dell’ultra definizione 4K. L’obiettivo posto da Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno e i servizi, è quello di scongiurare un crollo generale della rete di fronte all’inesorabile aumento dei consumi dovuti allo streaming video per via del lockdown. Gli operatori hanno risposto positivamente, provocando però diversi malumori tra gli utenti. Netflix, per esempio, prevede un piano tariffario specifico per chi vuole beneficiare del 4K e molti clienti lamentano l’ingiustizia di non poter più usufruire di quel livello di qualità video pur pagando lo stesso canone.

 

Misure del genere sono state prese in un’ottica preventiva. Allo stato attuale le compagnie di settore assicurano che la rete dovrebbe essere in grado di reggere l’incremento di utilizzo correlato al lockdown. Doug Suttles, co-fondatore di  Ookla, la società che ha sviluppato il servizio on-line di verifica delle performance di connessione “speedtest.net” ha recentemente affermato che al momento il sistema è in buone condizioni. Stanno, d’altra parte, aumentando le segnalazioni da parte degli utenti che risiedono in Paesi sottoposti alla quarantena che lamentano un crescendo di rallentamenti di rete e veri e propri down, spesso prolungati per diverse ore. Al momento diverse società di monitoraggio dell’andamento di servizi on-line e provider di rete notano una forte correlazione geografica tra aree soggette a lockdown a densità abitativa e aumento dei disservizi. La stessa Ookla ha riscontrato un calo generale della velocità per persona, soprattutto nelle zone più coinvolte quali la Lombardia.

 

Diversi analisti e media hanno già definito la situazione attuale come il più grande “stress test” a cui Internet sia mai stato sottoposto nella sua storia. A preoccupare non è solo l’aumento nell’utilizzo della rete, ma soprattutto il fatto che non si sia di fronte a una situazione di “picco” eccezionale, ma che, in virtù delle strategie di contenimento della pandemia, questi livelli di consumo sono destinati a costituire il nuovo standard per diversi mesi a venire, con il rischio di compromettere a lungo andare la tenuta delle infrastrutture.

 

Sulla situazione si è espresso, nel corso di un’intervista intrauniversitaria Jim Waldo, professore di Informatica applicata e chief technology officer per l’Università di Harvard. Waldo ha sintetizzato i due elementi caratterizzanti la tenuta della rete rispetto al lockdown. Da un lato l’evoluzione tecnologica di Internet negli ultimi anni ha fatto sì che diventasse uno strumento sempre più flessibile e resiliente. In particolar modo, il concetto di “banda disponibile” è da considerare non come un bacino statico a cui attingere con criterio, ma piuttosto come a un elemento altamente malleabile capace di adattarsi in breve tempo alle esigenze contingenti. Ragion per cui David Clark, ricercatore al MIT, ha dichiarato di considerare inutili le misure preventive europee per diminuire la qualità video di servizi come Netflix.

 

 

Dall’altro lato Waldo ammette che gli sviluppi fatti sui servizi di rete più di recente non sono stati pensati per una situazione come quella attuale. Un recente approfondimento del MIT Technology Review considera la situazione attuale non come una problematica bensì come una grossa opportunità, in quanto porterà aziende e governi a investire sulle infrastrutture di rete così come su server, ottimizzazione dei software e dei servizi on-line ospitati su cloudfarm. Alla fine dell’emergenza la rete risulterà ancor più sviluppata e con mezzi a disposizione molto più robusti. Cloudflare, provider di rete di distribuzione dei contenuti ha perfino lanciato un ottimistico hasthag, #Buildforthis riferendosi, naturalmente, a Internet.

 

L’ottimismo mostrato dagli esperti di settore tuttavia fa emergere un altro e importantissimo punto critico, vale a dire l’impatto nel digital divide. Il fatto che le tecnologie e le infrastrutture legate a Internet possano reggere la pressione esercitata dal lockdown si lega implicitamente alla constatazione che ciò vale in una situazione ottimale, un quadro tuttavia ben lontano dalla realtà effettiva.

 

Una prima criticità si può rilevare a livello nazionale. Molti Paesi negli ultimi anni, per scarsità di risorse o poca lungimiranza a livello politico, non hanno messo a punto investimenti adeguati sulla rete Internet o non hanno comunque messo le compagnie private nelle condizioni di farlo. Il lockdown potrebbe quindi far emergere criticità sviluppatesi in realtà negli anni. Sotto questo aspetto proprio l’Italia è un caso perfetto. Il nostro Paese è stato tra i primi ad adottare misure stringenti per il contenimento del Coronavirus e tali misure restano tra le più severe a livello mondiale. Al contempo, è noto che l’Italia dispone di un’infrastruttura di rete assolutamente non adeguata rispetto alla dimensione della popolazione e al suo peso economico.

 

Le problematiche sono di doppia natura. Da un lato, l’inadeguatezza delle strutture rischia di provocare al Paese ulteriori contraccolpi a livello economico e nella quotidianità delle persone. Dall’altro, l’arretratezza del Paese nell’utilizzo della rete fa sì che si creino ulteriori distanze al suo interno. Queste sono sia di natura sociale, sia di natura geografica ed entrambe vengono alimentate da un circolo vizioso di poca consapevolezza e servizi scadenti. Con il 35% della popolazione italiana che utilizza una rete Internet con velocità non ottimale (vale a dire sotto i 100 mb/s di download) non sorprende che in ampie fasce della popolazione, soprattutto tra le famiglie più povere e gli anziani, il lockdown abbia esacerbato gli aspetti d’isolamento digitale che in realtà erano già presenti. L’assenza di molti alunni dalle lezioni da remoto e la necessità di tenere aperti sportelli postali e bancari per servizi essenziali, soprattutto rivolti agli anziani, sono due elementi critici direttamente collegati al digital divide italiano. A questo occorre aggiungere le criticità di un Paese che per conformazione geografica e disposizione territoriale della popolazione vede di fatto solo gli abitanti delle grandi città disporre, in generale, di infrastrutture per la connettività adeguate (il che tradotto significa intere aree produttive strategiche per il Paese ulteriormente colpite dal lockdown in quanto prive di infrastrutture di rete accettabili).

 

Le problematiche relative al digital divide, del resto, non interessano solo Paesi rimasti indietro a livello di sviluppo tecnologico. Negli Stati Uniti, che proprio in questi giorni stanno patendo una crescita esponenziale dei contagi da Coronavirus, le criticità legate al divario digitale rischiano di esplodere a causa del lockdown. Il Paese che ha dato i natali a Internet è e resta tra le avanguardie a livello tecnologico. Al contempo, però, a realtà di grande eccellenza a livello di servizi si affiancano enormi porzioni del Paese afflitte da gravi problemi strutturali. In particolar modo le zone più periferiche, scarsamente popolate, più povere e spesso abitate da minoranze etniche socialmente discriminate, presentano un servizio mediocre, con le compagnie di settore del tutto disinteressate ad offrire un minimo di qualità e in mutuo accordo nell’evitare di farsi concorrenza nelle zone poco appetibili spartendosene di fatto il territorio. Una situazione denunciata più volte e in varie aree del Paese, con scarsi risultati.

 

La recente adozione negli USA di misure contro la net neutrality, con cui gli operatori possono decidere di offrire diverse “velocità” di connessione sulla base di piani tariffari correlati, ha peggiorato la situazione. Il rischio, con il perdurare del lockdown, è che il modello stabilito dagli Stati Uniti si diffonda, depotenziando ulteriormente il concetto di “net neutrality” e i valori alla base dei quali è nato il Word Wide Web per come lo conosciamo.

 

Uno scenario potenzialmente molto inquietante. Perché oggi può apparire razionale pensare che in questo periodo non sia efficiente che la stessa qualità di banda sia dedicata a una lezione on-line rispetto a una sessione di Fortnite. Ma è proprio questo aspetto, la piena libertà di utilizzo, a rendere Internet uno strumento tanto prezioso. Il rischio è che persone già ai margini dell’evoluzione digitale si ritrovino a dover ricorrere a utilizzi della rete sempre più ridotti all’essenziale, con la naturale conseguenza di aumentare ulteriormente il divario non solo digitale, ma anche sociale ed economico. Occorre quindi chiedersi se, quando si parla di “stress test” di Internet, l’aspetto da analizzare sia solo quello tecnologico oppure se al banco di prova ci debba piuttosto essere anche l’ambito etico. La posta in gioco riguarda l’evoluzione di utilizzo di quella che, a pieno titolo, è diventata una risorsa essenziale.

 

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Crediti immagine: nelen / Shutterstock.com

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