17 giugno 2020

Italia-Germania, la partita del secolo

 

«Partite del genere se ne vedono al massimo due in una generazione di calciatori: per noi italiani il fatto è inconsueto al punto che nessuno può dire di averne vista una uguale, oppure di sperare di vederne un’altra identica». Così Gualtiero Zanetti scrive sulla prima pagina della Gazzetta dello sport il 19 giugno 1970 nel pezzo Non è stato solo un incontro di calcio. Le parole dell’inviato del quotidiano milanese si riferiscono a quella che è diventata la ‘partita del secolo’. 17 giugno 1970, ore 23:55. Italia e Germania Ovest si incontrano nella semifinale mondiale nello stadio Azteca di Città del Messico. Al fischio di inizio del messicano Arturo Yamasaki nessuno immagina che stia per iniziare una partita lunga ben oltre i 90 minuti e, soprattutto, destinata ad entrare nell’immaginario collettivo degli italiani. Ancora oggi, a 50 anni di distanza, quella resta per i giovani di allora (e non solo) ‘la partita’, che più di ogni altra ha segnato un’epoca finendo per diventare un fenomeno culturale. «Non tutto fu chiaro subito», racconta oggi Nando Dalla Chiesa[1], sociologo e autore de La partita del secolo. Storia di Italia-Germania 4-3, uscito nel 2001 per Rizzoli e poi ripubblicato per Melampo con un altro titolo nel 2006.

Perché allora Italia-Germania Ovest diventa la partita del secolo e l’eco di quell’impresa dura da 50 anni? «Perché le cose grandi ‒ spiega Dalla Chiesa ‒ passano la prova del tempo. Questa l’ha passata e contagia anche quelli che non c’erano. Diventa un punto di riferimento del Novecento italiano non solo nello sport». Il libro di Dalla Chiesa è il primo che legge la semifinale di Città del Messico oltre il mero significato sportivo. «Quando la vivo, ‒ spiega ancora Dalla Chiesa, all’epoca studente dell’Università Bocconi a Milano ‒ ho chiarissimo il livello della gioia, il riscatto antitedesco, il fatto che abbiamo ripreso per una notte il calcio e gli abbiamo dato il primato rispetto alla politica. Tutti i significati rafforzati nel tempo li ho colti quando ho scritto il libro, avevo gli strumenti non del ragazzo ma del sociologo».

Quella “pazza Italia”, come la chiama l’inviato della Gazzetta, stupisce milioni di italiani ed è pronta a giocarsi il Mondiale nella finale contro il Brasile di Pelè. Se Karl-Heinz Schnellinger, non avesse segnato il gol del pareggio, l’unico realizzato dal difensore della Nazionale tedesca in quel Mondiale, al 92° minuto, la partita sarebbe finita lì e oggi racconteremmo forse un’altra storia. E invece, la rete del tedesco, che gioca nel campionato italiano con la maglia del Milan, riapre la partita spianando la strada verso la leggenda con quei supplementari al cardiopalma. Da quel momento in poi conosciamo tutti come è andata a finire, ricordiamo la notte in mille piazze italiane che si tinge di azzurro con i tifosi che scendono in strada sventolando il Tricolore. In quell’estate l’Italia è ancora un Paese in bianco e nero, che però ha già conosciuto i moti studenteschi del Sessantotto, l’inizio della stagione stragistica con l’attentato alla Banca nazionale dell’agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969. Eppure quella semifinale è come un lampo nell’estate del 1970 segnata in quegli stessi giorni dal dibattito in Senato sulla legge Fortuna-Baslini, approvata a dicembre e che introduce il divorzio, e che da lì a qualche settimana vivrà i drammatici giorni della rivolta di Reggio Calabria. L’Italia di quel 17 giugno 1970 ‒ ricorda Dalla Chiesa ‒ «era un’Italia che aveva fiducia e speranza. Quel senso di fiducia è esploso in quella partita, nel tifo. Eravamo una generazione che andava all’attacco e dietro avevamo un’Italia che stava cambiando».

Su quell’Italia, però, si sta allungando l’ombra del terrorismo che ha avuto in piazza Fontana la prima terribile esperienza. Per Dalla Chiesa quella «fu un’esperienza lancinante, eravamo convinti che la battaglia della verità avrebbe portato alla verità e non immaginavamo che ci sarebbero state altre stragi».

Nel corso degli anni quell’Italia-Germania è diventata un fenomeno culturale. Lo dimostrano i libri, ma anche il teatro e il cinema. «Quella partita ‒ racconta Alberto Facchinetti [2], giornalista e autore insieme al collega Roberto Brambilla del recente libro Quattro a tre ‒ è diventata un po’ tutto: teatro, cinema TV, lezioni all’università, mostra museale, canzone…». Come  Ossessione ’70, la canzone che Fausto Cigliano scrive qualche mese dopo. E poi c’è il teatro con Umberto Marino che scrive la commedia Italia-Germania 4-3, divenuta film nel 1990, e il fumetto con Topolino (il numero 3082) che dedica una tavola al gol di Rivera, autore della rete decisiva. «Rivera, rete! Rivera ancora, 4-3, 4-3 gol di Rivera! Che meravigliosa partita ascoltatori italiani. Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono…», urla Nando Martellini ai microfoni della Rai. Esplode la gioia, l’Italia è in finale. La partita con il Brasile, però, sarà tutta un’altra storia.

 

[1] Virgolettato raccolto per l’articolo

[2] Virgolettato raccolto per l’articolo

 

Immagine: Targa commemorativa della cosiddetta “partita del secolo”, disputata il 17 giugno 1970 tra Italia e Germania Occidentale, nello stadio Azteca di Città del Messico. Crediti: Hellner. Fonte, Aztekenstadion.jpg on de.wiki [pubblico dominio], attraverso it.m.wikipedia.org

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