8 marzo 2018

L’8 marzo nella storia

Il perché della scelta di celebrare la Giornata internazionale o Festa della donna proprio l’8 marzo è piuttosto oscuro e come spesso avviene per le date che hanno un valore simbolico appartiene più alla leggenda che alla storia.

Per molti anni si è raccontato che in quel giorno, nel 1908 o 1910, in un incendio in una fabbrica newyorchese fossero morte molte operaie, ma di questo evento non vi è traccia documentale. Un fatto di tale drammaticità risale invece al 25 marzo 1911, negli stabilimenti della Triangle Shirtwaist Factory di New York, che prese fuoco mentre più di cento lavoratrici, soprattutto immigrate, vi erano state rinchiuse per impedirne uno sciopero. In America tuttavia un Woman’s day esisteva già dal 1909, in data diversa, per iniziativa della socialista Corinne Brown, e in Europa analoghe proposte di dedicare una giornata alle donne iniziarono a diffondersi a partire dal 1910, sempre in ambiente socialista, su idea della tedesca Clara Zetkin.

La prima grande manifestazione di donne avvenuta proprio l’8 marzo risale al 1914 in Germania, per la rivendicazione del diritto al voto, e un’altra altrettanto storica al 1917, organizzata dalle operaie di Pietroburgo per chiedere il ritorno dei ‘loro uomini’ dal fronte e pane.

Nel corso dei decenni, infatti, l’8 marzo si è riempito di contenuti sempre diversi, è stato a periodi impedito o ostacolato, a tratti commercializzato e destituito di senso o viceversa partecipato in modo massivo.

Le donne italiane lo introdussero – per volere delle comuniste e non delle socialiste che lo reputavano una ricorrenza borghese – nel 1921, e nel ventennio fascista fu bandito ma evidentemente non dimenticato, perché fu ripristinato nelle zone liberate, con la guerra ancora in corso, già nel 1945 grazie all’UDI (Unione Donne Italiane), l’organizzazione nata l’anno precedente per i diritti delle donne composta da comuniste, socialiste, azioniste e cristiano-democratiche; nel 1946 assunse carattere nazionale e in Italia si adottò la mimosa a simboleggiarlo, mentre nel 1947 venne dedicato alle costituenti. Negli anni Cinquanta fu osteggiato, e anche la distribuzione delle mimose veniva considerata un gesto eversivo. Ma l’8 marzo ‘esplose’ negli anni Settanta: parità salariale, divorzio (ottenuto proprio nel 1970) e riforma generale del diritto di famiglia (1974), legalizzazione dell’aborto (1978), libertà sessuale furono le battaglie principali di quest’epoca in cui sulla scena politica irruppe il movimento femminista, e cortei oceanici invasero le città imponendo una rivoluzione culturale, con slogan come «Tremate, tremate le streghe son tornate» e parole d’ordine come «Io sono mia». Non furono senza attriti neppure quegli anni, e l’8 marzo 1972 un gruppo di manifestanti a Campo de’ Fiori a Roma venne senza preavviso caricato duramente dalla polizia, ma questo enorme movimento trasversale nel 1977 ottenne il riconoscimento formale dell’ONU, con l’istituzione della Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale.

Negli anni Ottanta, quando ancora lo stupro era considerato nel nostro Paese reato contro la morale e non contro la persona (e fu così fino al 1996), la violenza sessuale fu uno dei temi più sentiti, mentre successivamente, via via che le disparità di genere andarono diminuendo, almeno in alcune parti del mondo, il senso politico di questa data sembrò smarrirsi, divenendo più ‘festa’ che giornata simbolo di lotta quale era stata in passato. Quasi inaspettatamente, però, in tempi recentissimi, nuovi movimenti, come Ni una menos, Non una di meno, nato in Argentina ma ben presto internazionalizzatosi, hanno restituito forza simbolica a questa data: nel 2017 è stato proclamato per la prima volta uno sciopero globale (quest’anno reiterato), a cui hanno aderito circa 40 Paesi, molto distanti per cultura e condizione femminile, e centinaia di migliaia di donne di tutti i continenti hanno manifestato contro la violenza di genere, il femminicidio, il machismo, le diseguaglianze che, per essere superati, si ritiene abbiano ancora bisogno ovunque di veri e propri movimenti politici.


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