13 giugno 2018

L’Italia del melting pot

L’Italia è un Paese multiculturale, che ospita 50 diverse nazionalità che contano ciascuna più di 10.000 residenti. La popolazione straniera costituisce l’8,4% e vive prevalentemente nel Centro-Nord, dove supera il 10%, mentre al Sud supera di poco il 4%. In Lombardia si ha la percentuale più alta (20%), mentre le città più ‘varie’ sono Milano (18,8%), Firenze (15,6%) e Roma (13,1%). I cittadini naturalizzati sono passati da 35.000 nel 2006 a 224.000 nella stima per il 2017: nel 2016 la quota più alta di acquisizione di cittadinanza ha riguardato albanesi, marocchini e rumeni.

Tra le comunità più numerose vi sono quelle romena, albanese, marocchina, cinese, ucraina, filippina, indiana e moldava: ciascuna di esse ha modelli insediativi e composizione familiare peculiari. I filippini, per esempio, tendono a insediarsi soprattutto nelle grandi città; i marocchini, che sono una comunità di vecchio insediamento, hanno una diffusione omogenea su tutto il territorio; i cinesi, inizialmente concentrati per lo più a Milano, Firenze, Prato e Roma, si sono diffusi anche altrove; i romeni sono concentrati soprattutto nel Centro-Nord e in particolare a Roma. Alcune comunità, inoltre, hanno una maggiore propensione a creare famiglie con gli italiani: si tratta in particolare di donne ucraine, polacche, moldave, russe e cubane; altre comunità, invece, quelle asiatiche e africane in particolare, tendono a unirsi tra compaesani.

Nel 2016, circa 700.000 minori erano figli di genitori stranieri; se si tiene conto della quota di bambini e ragazzi che dal 2011 al 2016 hanno acquisito la nazionalità italiana, si giunge a circa 870.000 minori di seconda generazione. È a loro che l’Istat nel suo Rapporto annuale 2018 dedica particolare attenzione, poiché sono per lo più figli della ‘stabilizzazione’, e i loro vissuti e le loro relazioni sociali reciproche e con gli italiani possono raccontare molto della realtà delle comunità di provenienza.

Tra le comunità di ragazzi di origine straniera che meno si sentono isolate vi sono la filippina e l’albanese, tra le quali solo il 9% dichiara che, in caso di necessità, non può contare su nessuno – i ragazzi italiani che vivono questa medesima incresciosa condizione sono il 5%. Queste due comunità hanno infatti una rete di parentela più ampia rispetto alle altre: esclusi i nonni, che mancano in modo abbastanza omogeneo a tutti i ragazzi di origine straniera (può, nel complesso, farvi affidamento il 27,1% di loro contro il 62,9% degli italiani), hanno zii e altri parenti a cui rivolgersi in oltre il 74% dei casi. Le comunità invece che si sentono più isolate sono la marocchina, l’indiana e la cinese: ben il 20% dei loro appartenenti dichiara di non poter contare su nessuno.

Relazioni amicali più strette con italiani sono allacciate da ragazzi di origine europea, provenienti da Ucraina, Romania e Moldavia, mentre filippini e cinesi hanno più difficoltà. I ragazzi di origine straniera hanno poi maggiore facilità rispetto agli italiani ad allacciare relazioni di amicizia con coetanei di altre nazionalità (10,8% contro 8,4%). La propensione a ‘sentirsi italiani’ dipende molto dall’età a cui si è giunti nel nostro Paese – più piccoli si era e più si è aperti alla comunità di arrivo –, ma crescendo i ragazzi di seconda generazione assumono comportamenti simili a quelli degli italiani, sicché se alle elementari e alle medie la frequentazione dei compagni fuori scuola è molto inferiore a quella usuale tra italiani, alle superiori, soprattutto tra i maschi, il divario si assottiglia. Rimangono particolarmente chiuse la comunità cinese e quella filippina, mentre i marocchini si distinguono per socialità.


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