09 luglio 2012

L’Italia è un Paese vecchio? Il difficile ricambio generazionale

L’Italia è effettivamente un paese per vecchi e per diversi motivi: bassa natalità, un’elevata speranza di vita e un buon 20% della popolazione con più di 65 anni. Solo il Giappone in tutta l’area OCSE presenta una percentuale di anziani superiore e se le previsioni sono corrette ci sarà nei prossimi dieci anni un ulteriore incremento. Ma a destare preoccupazione sono soprattutto gli elevati tassi di disoccupazione giovanile: secondo i dati provvisori dell'Istat, a maggio, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni ha raggiunto quota 36,2%, la più alta negli ultimi venti anni. Il delegato nazionale dei giovani della Coldiretti, Vittorio Sangiorgio, presentando una ricerca sviluppata in collaborazione con l’Università di Calabria, ha espresso la preoccupazione che la disoccupazione dei giovani nel nostro Paese tolga risorse ed energie indispensabili ad affrontare la recessione e incida pesantemente sull’invecchiamento della classe dirigente in Italia, indebolendo complessivamente la capacità dell’Italia di costruire un adeguato futuro. In effetti i dati sull’età media della nostra classe dirigente sono piuttosto sconfortanti: per i dirigenti delle banche è 67 anni, 63 anni per i professori universitari, 61 per i manager delle aziende a partecipazione statale e “solo” 53 quelli delle aziende private. L’età media dei ministri del governo attualmente in carica è di 64 anni; in generale i politici italiani sono i più vecchi d’Europa (59 anni in media). Attualmente solo un deputato ha meno di trenta anni mentre gli ultra sessantenni sono 157. Naturalmente il rinnovamento della politica da molti auspicato non è un fatto anagrafico; servono idee, programmi, competenze. Questa incapacità di ricambio generazionale rappresenta però una parte del problema.


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