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13 dicembre 2017

L’alienazione genitoriale nelle separazioni conflittuali

di Nicola Boccola

Era l’autunno del 2012 e l’Italia si scopriva divisa tra alienati e alienanti, come neanche ai tempi di Karl Marx. I principali media nazionali e le trasmissioni televisive di approfondimento avevano trasmesso il video di un bambino prelevato a forza da scuola e trascinato da alcuni poliziotti che applicavano l’ordinanza di allontanamento dall’ambiente materno, disposta dal Tribunale e dovuta alla sindrome di alienazione genitoriale (nota con l’acronimo di PAS, Parental Alienation Syndrome) rilevata dalla consulenza tecnica dello psicologo Rubens De Nicola. Il caso del bambino di Cittadella, come fu chiamato, incitò sciacallaggi politici ed esperti improvvisati: per diversi giorni l’unico punto di vista fu quello dell’entourage della madre (in seguito perse la responsabilità genitoriale) che definì spazzatura la letteratura scientifica sul tema; lo psichiatra Richard Gardner, che per primo aveva descritto il fenomeno coniando l’etichetta diagnostica, conobbe un’infausta fama postuma e fu insultato persino in quanto suicida da giornalisti o volti televisivi (si distinse Tiberio Timperi che definì mafietta l’intera categoria degli psicologi forensi).

Eppure la condizione di un bambino che si allea energicamente con un genitore preferito e rifiuta l’altro senza legittima giustificazione, come la presenza di abuso o maltrattamento, esiste ed è visibile: stime statistiche parlano della sua presenza nel 10% circa delle separazioni conflittuali. Non un’epidemia, ma un fenomeno degno di attenzione perché può assumere dimensioni drammatiche, soprattutto per lo sviluppo del minore coinvolto: il rischio evidenziato dalle ultime ricerche è quello dell’insorgenza di difficoltà scolastiche e comportamentali, maggiore predisposizione alla depressione, sviluppo di stili di attaccamento insicuro e alcolismo in età adulta. Rispetto alla letteratura scientifica a cavallo del nuovo millennio, oggi si parla di alienazione genitoriale come disturbo relazionale, in cui ogni membro della triade ha un ruolo attivo nel commettere errori; viene a cadere l’aspetto patologico individuale della parola sindrome, e insieme mitigati i contenuti più forti della teorizzazione di Gardner che parlava di lavaggio del cervello o di riprogrammazione come trattamento. Il minore coinvolto presenta diversi comportamenti tipici: costante rifiuto verso un genitore, che raggiunge il livello di una campagna di denigrazione; utilizzo di razionalizzazioni futili o assurde (e con linguaggio adulto) per criticare persistentemente il genitore rifiutato; mancanza di ambivalenza e assenza di senso di colpa nel mancato rispetto e nella non accettazione dei sentimenti del genitore alienato.

Il minore, solitamente figlio unico e di età compresa da 8 a 11 anni (nella quale manca il pensiero autonomo ma è già presente la volontà di prendere posizione), sceglie una falsa soluzione al problema del profondo conflitto tra i genitori, portando all’estremo la frequente condizione di maggiore affinità con un genitore e sviluppando abilità manipolatorie e depressione, conseguente al rifiuto di quelle parti di sé legate al genitore rifiutato. Secondo la psicologa Anna Lubrano Lavadera, docente presso l’Università Sapienza di Roma e tra i massimi esperti italiani di alienazione genitoriale, la sfida professionale più delicata non è quella dell’identificazione del fenomeno  ̶  che i consulenti del tribunale sono ben in grado di rilevare  ̶  ma il suo trattamento. «Troppo spesso in Italia ci si concentra sull’aspetto valutativo, tralasciando ad esempio la riparazione della dolorosissima esperienza del genitore rifiutato. È necessaria una maggiore sinergia tra i professionisti del diritto e della salute coinvolti: l’esempio è quello degli Stati Uniti dove sono attivi una serie di interventi efficaci, dalle esperienze in appositi campi di vacanza al compagno adulto in grado di modellare la comunicazione, fino a psicoterapie specifiche che siano in grado di operare un vero cambiamento e non colludere col problema. L’obiettivo che ci si dovrebbe porre a livello di politiche sociali è quello di utilizzare meglio le risorse attivando il case management, interventi strutturati su misura e coordinati, senza sovrapposizioni tra professionisti».


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