11 novembre 2015

L'eterna rincorsa tra doping e antidoping

Jack Andrew, giudice della Maratona di Londra del 1908, compare in una delle immagini iconiche delle Olimpiadi: è l'uomo baffuto accanto a Dorando Pietri, quello che con la destra tiene in mano il megafono e con la sinistra sorregge l'ultimo sforzo del maratoneta carpigiano, prossimo al filo di lana. Sarà lo stesso che lo squalificherà dopo il ricorso degli statunitensi. « Andrew sostiene anche, con la testimonianza di alcuni corridori, che Dorando era drogato, che puzzava di stricnina. Davvero puzzava (…), ma era odore di aceto balsamico misto a sudore»: è la penna di un altro emiliano, lo scrittore Giuseppe Pederiali ne Il sogno del maratoneta, a seppellire con una risata un'accusa infamante, quella di doping, nei confronti di colui che resta il più leggendario degli atleti italiani a non avere mai vinto una medaglia olimpica. Una vicenda di 107 anni fa, un esempio di come il doping – sia quando è realtà conclamata, sia quando è solo sospetto e accusa – da sempre accompagna sinistramente la storia dello sport.

È il turno, ora, della Russia, incastrata dall'indagine della Wada, l'agenzia mondiale antidoping che denuncia una manipolazione dopante su larga scala sugli atleti olimpici presenti, e in alcuni casi vittoriosi, ai Giochi di Londra 2012. Accuse alle quali a Mosca replicano parlando di “complotto”, ma che hanno portato la Wada a chiedere alla Iaaf, la federazione internazionale di atletica leggera, l'esclusione da Rio 2016 degli atleti russi e, di fatto, la riscrittura dell'albo d'oro di Londra 2012, dove ad esempio la gara degli 800 metri femminili vedrebbe sconvolta la classifica che vide due russe, Marija Savinova ed Ekaterina Poistogova, rispettivamente oro e bronzo. Per collusioni, connivenze e coperture, si parla sostanzialmente di doping di Stato, locuzione riportata nel campo del presente dopo essere stata storicizzata in un passato nemmeno troppo distante, quando le accuse puntavano direttamente sui paesi dell'ex blocco sovietico e, in particolare, sulla Germania Est e gli exploit olimpici dei suoi atleti.

Unterstuetzende Mitteln, mezzi di sostegno, li chiamavano, con la federazione di ginnastica, governata da Manfred Ewald, attenta a non lasciare trasparire nulla, tramite l'effettuazione di controlli pre-manifestazione grazie ai quali mai nessun atleta della Repubblica Democratica Tedesca fu trovato positivo, almeno alle Olimpiadi. Perché il discrimine è proprio lì: da un lato la pratica dopante, dall'altro la positività ai controlli. Il confine è labile, come dimostra, uno per tutti, il caso di Heidi Krieger, campionessa europea nel lancio del peso (1986), oggi Andreas, dopo anni in cui la perdurante somministrazione di steroidi ed ormoni l'avevano portata a sviluppare tratti maschili, fino a suggerirle l'operazione per il cambio di sesso. «Sospettavo che ci fosse qualcosa di non pulito, ma non ci pensavo», sostenne Krieger nel 2000 al processo contro Ewald e il medico sportivo Manfred Hoeppner, processo che portò a due condanne non esattamente esemplari (22 mesi a Ewald, 18 a Hoeppner), considerando i danni permanenti provocati ai ragazzi e ragazze artefici di quei risultati spesso sorprendenti.

Del resto, la storia dimostra che, al di là dei casi in cui ci si attesta al limite di ciò che è considerato dopante, risultare puliti ai controlli non significa necessariamente esserlo, e in tal senso vi sono sport più a rischio di altri. Le indagini della stessa Wada su Lance Armstrong e sulle pratiche dopanti della Us Postal fecero emergere ex post – cioè dopo il ritiro del texano – un doping di squadra sistematico e raffinato, così come fu doping generalizzato per diversi atleti quello scoperto con lo scandalo Balco, negli Stati Uniti, nel 2003, che gettò nella polvere la vicenda sportiva di Marion Jones, tre ori olimpici tre anni prima ai Giochi di Sydney, dove non fu trovata positiva ad alcun test. Perché per un Ben Johnson vittorioso sui 100 metri a Seul 1988, trovato subito dopato e immediatamente privato di medaglia e onore e diventato icona dei grandi imbroglioni dello sport, per numerosi altri atleti il momento della vergogna arriva ben più tardi, magari a seguito di indagini giudiziarie (e non sportive) che prendono spunto da denunce, appunto da casi limite o anomalie. Aspetto, questo, che motiva un senso di incompiutezza per quanto riguarda l'efficacia dell'antidoping.

Consapevolezza disarmante, sapere che non può che essere così, perché per sua stessa natura le agenzie antidoping sono costrette a rincorrere un avversario, la scienza medica piegata alla tentazione della vittoria ad ogni costo, serva essa a a scopo personale o propagandistico, che corre irrimediabilmente più forte. E così la lista delle sostanze e delle pratiche proibite, meritoria e in continuo aggiornamento, finisce per essere sempre qualche metro indietro rispetto ai progressi delle pratiche dopanti e di quelle che il doping mirano a renderlo invisibile, dunque impossibile da rintracciare (come l'Hes che dissimula l'uso di epo), spesso riuscendo nell'intento. E allora ieri erano le amfetamine, gli ormoni e gli anabolizzanti, oggi il doping ematico; oggi è la Russia, ieri erano Katrin Krabbe, Justin Gatlin, Tommy Simpson, e chissà quant'altri, senza contare i tanti sospetti più o meno fondati, destinati a rimanere tali sino a quando scoppierà, in futuro, l'ennesimo scandalo.

 

Bibliografia

·        Luca Fiormonte e Marco Ferrante, Manuale di doping e antidoping, L'Airone, Roma, 2011

·        Giuseppe Pederiali, Il sogno del maratoneta, Garzanti, Milano, 2008

·        Mauro Valeri, Stare ai Giochi, Odradek, Roma, 2012

 


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