6 aprile 2020

L’impatto del virus sull’economia italiana e le sue fragilità

 

Il Covid-19 si è diffuso in oltre 180 Paesi; l’Italia è oggi quello che in termini umanitari sta pagando le conseguenze più dure: il tasso di contagio per milione di abitanti ha superato i 1.800 casi (Germania 939, Cina 59, USA 652, solo la Spagna con 2.228 ha un tasso di contagio superiore), quello di mortalità sul totale dei contagiati è pari all’11,9% (Germania 1,2%, Cina 4%, USA 2,2%, Spagna 9%). Sebbene questi dati risentano delle diverse metodologie e capacità di misurazione delle autorità di ciascun Paese, il quadro che ne viene fuori per l’Italia resta estremamente negativo.

 

Al fine di rallentare il ritmo dei contagi e poter consentire una gestione dell’emergenza senza esporre i sistemi sanitari a una pressione al di sopra delle loro capacità (come purtroppo è già capitato in Lombardia), in molti Stati sono state adottate misure di distanziamento sociale che, se sono salvifiche dal punto sanitario, portano con sé l’effetto collaterale della chiusura di vaste branche del sistema produttivo. Dato lo stato di pandemia, la somma dei provvedimenti attuati a diverse latitudini non potrà che risultare in un drammatico rallentamento delle attività economiche su scala globale, in una misura ancora difficile da calibrare per l’incertezza sia sulla durata dell’emergenza, sia sulle misure che verranno messe in campo per contrastare gli effetti recessivi.

 

Nel caso dell’Italia, per avere maggior contezza di quanto possa influire il lockdown, può essere utile guardare qualche numero riferito alla situazione dopo il decreto del 22 marzo e il successivo aggiornamento del 25 marzo: le imprese che hanno dovuto chiudere i battenti sono state circa 2,5 milioni su 4,3; queste generano approssimativamente il 45% del valore aggiunto complessivo, occupano 8,8 milioni di persone (contro i 7,7 dei settori attivi) e pesano per circa la metà del fatturato totale[1]. Che la congiuntura mondiale sia una delle più difficili dal secondo dopoguerra è quindi fuori da ogni ragionevole dubbio.

 

Peraltro, la natura dello shock e le conseguenze che ne seguiranno sono profondamente asimmetriche. Asimmetrico è il modo in cui sono stati colpiti i diversi comparti: per quelli legati ai servizi (si pensi alla logistica dei trasporti, alle attività di alloggio e a quelle di ristorazione) la pandemia ha significato un’immediata caduta a precipizio della domanda, mentre per molti comparti manifatturieri ai problemi legati al calo della domanda si sommano quelli legati al lato dell’offerta per le norme di distanziamento sociale che hanno bloccato le attività produttive e lo hanno fatto in modo asincronico in diverse parti del mondo, creando disagi nella riorganizzazione delle catene globali del valore.

 

Asimmetrico è anche l’effetto che la crisi economica potrebbe produrre per i membri dell’Unione Europea (UE), in particolare per il rischio di marginalizzazione dei Paesi del Sud in modo ancor più marcato di quanto accaduto nel 2008, con scarsi margini di reazione allo shock dati i livelli di indebitamento già oltre i limiti di guardia; ma asimmetrico è anche il modo in cui la crisi colpirà le regioni e i territori, che spesso legano il proprio modello di sviluppo a forti specializzazioni, che qualora fossero colpite metterebbero a repentaglio la tenuta di intere economie locali. A livello microeconomico, infine, l’asimmetria si rileva anche su come la crisi colpirà le imprese a seconda della loro dimensione: imprese più piccole e con flussi di cassa brevi nell’immediato corrono rischi di chiusura molto più elevati rispetto a imprese con margini di manovra più ampi.

 

A ben guardare, l’Italia e i suoi territori potrebbero essere fortemente penalizzati sotto tutti gli aspetti appena citati, con un effetto combinato la cui somma potrebbe essere superiore alla conta dei fattori considerati indipendentemente. Prima di tutto l’intensità della crisi sanitaria è stata tra le più forti se non addirittura la più forte sinora riscontrata al mondo. Anche i contraccolpi sull’economia si sono fatti sentire immediatamente. La pandemia ha da subito colpito tutti i comparti legati a viaggi, alloggio e ristorazione, ma poi, a seguito delle chiusure forzate, sono state toccate moltissime attività produttive del manifatturiero che ancora non avevano fatto in tempo a riorganizzarsi alla luce dei già di per sé seri problemi legati alla diffusione del Covid-19 in Cina.

 

Per incidenza del debito sul PIL, l’Italia in Europa è seconda solo alla Grecia. Al fine di comprendere come potrebbe evolvere la situazione, facendo calcoli estremamente semplificatori ci si può fare un’idea delle difficoltà a cui si potrebbe andare incontro nel rifinanziamento del debito, anche in presenza di un aiuto da parte dell’UE: il punto di partenza sono i 1.777 miliardi di PIL del 2019 in euro a prezzi correnti e gli oltre 2.420 miliardi di debito accumulati alla fine dello stesso anno[2]. Supponendo che il PIL si contragga del 6% ‒ scenario tra i meno pessimistici quello elaborato dal Centro studi di Confindustria[3] ‒ e utilizzando margini di indebitamento a deficit comunque ridotti, il debito si attesterebbe già poco sotto il 150% del PIL; seppure questo nella situazione attuale non è certo il problema più di peso nella lista delle priorità. Le stime qui riportate si basano peraltro sull’assunzione che ci sia anche un intervento deciso con risorse europee.

 

L’impatto territoriale, che per ora sembra avere preservato le regioni meridionali dagli effetti più nefasti dell’epidemia, potrebbe rivelarsi molto pesante per quanto riguarda la caduta dei proventi dal turismo, visto che ad oggi sembra altamente improbabile un ritorno alla normalità in tempi rapidi tale da preservare la stagione estiva. In tal senso c’è da augurarsi che i flussi di turismo domestici compensino o almeno attutiscano il calo dell’afflusso di visitatori dall’estero, nel caso questo riparta più lentamente. Per quanto riguarda le dimensioni delle imprese italiane, è ben noto che il tessuto produttivo nazionale è costituito per lo più da piccole imprese: circa l’87% del totale hanno infatti un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro e oltre il 98% sotto i 20 milioni[4].

 

Con questi dati sottomano la risposta non può che essere un intervento senza precedenti sia per volume delle risorse messe in campo che per tempestività di attuazione: un intervento che preveda innanzitutto investimenti massicci nella sanità e poi liquidità per imprese e famiglie, con uno sforzo coordinato tra politiche fiscali (nazionali) e monetarie (europee). Seppure con qualche difetto comunicativo iniziale, non si può negare che le istituzioni europee si siano da subito attivate nel cercare soluzioni: ad oggi sul tavolo ci sono già tre possibilità concrete, ovvero il ricorso con condizionalità leggera a circa 410 miliardi del Meccanismo europeo di stabilità (MES), il piano della Banca europea per gli investimenti (BEI) di mettere in campo 200 miliardi e risorse per circa 100 miliardi per l’occupazione; per l’Italia ciò si tradurrebbe in un ammontare di risorse eccedenti i 60 miliardi di euro oltre allo scudo di 750 miliardi messo in campo dalla BCE per evitare di dover ripagare il debito a tassi eccessivi. L’ipotesi di emettere titoli di debito a livello europeo sembra ad oggi messa da parte.

 

Il tempismo con cui si sono mosse le istituzioni europee, anche sulla spinta di uno shock che sta colpendo tutti i Paesi membri, è un fattore che non può che considerarsi positivo, ma potrebbe non bastare per scongiurare una forte crisi dell’UE. Ci sono infatti forze disgregatrici che già nell’ultima tornata elettorale europea, anche se non hanno prevalso, hanno visto crescere pesantemente il loro consenso e che trovano terreno fertile nel tessuto sociale già indebolito e ancora non del tutto rinsaldato dopo la crisi del 2008. Diventerà quindi importante andare al di là dell’“economicismo”[5] puro e dell’eccesso di tecnicismo che questo si porta dietro per far fronte a un ritorno di spinte sovraniste che potrebbero ridisegnare gli equilibri all’interno dell’UE, se non addirittura portare a una sua disgregazione, in un contesto già reso instabile per la messa in discussione di molti punti fermi sullo scacchiere globale, primo tra tutti le crescenti tensioni tra USA e Cina che si sommano alle sempre attive faglie di instabilità ereditate dagli equilibri post-guerra fredda.

 

 

[1] Le elaborazioni si basano su dati Istat con delle approssimazioni legate all’impossibilità di mappare completamente nei dettagli quanto previsto dal decreto governativo e al fatto che non vengono considerate alcune attività tra cui quelle finanziarie e assicurative e quelle legate alla pubblica amministrazione, oltre alle attività del settore agricolo. Di conseguenza il totale di riferimento non è più 4,5 milioni di imprese ma 4,3. Non abbiamo il dettaglio sulle imprese esportatrici per mancanza di dati su cui basare una stima.

[2] I dati utilizzati sono di fonte AMECO, Commissione europea.

[3] Si veda Le previsioni per l’Italia. Quali condizioni per la tenuta ed il rilancio dell’economia, Centro studi Confindustria, primavera 2020. Si tenga anche presente che secondo l’istituto tedesco Deutsche Bank il calo potrebbe attestarsi intorno al -8,7%, Goldman Sachs stima -11,6% (nel 2009 l’FMI aveva registrato -5,2).

[4] Il dato è tratto dai bilanci del 2018 delle sole società di capitale; la fonte è AIDA, Bureau van Dijk.

[5] L’economicismo è qui inteso come il principio secondo il quale è solo il vantaggio economico a muovere il mondo.

 

 

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