2 agosto 2018

L’opinione pubblica nell’epoca della rete

«Abolita la laurea in medicina: dal 2019 basterà avere internet»

(Luciano Picchi, Lercio, 22 ottobre 2015)

 

La formazione dell’opinione pubblica nell’epoca della rete è uno dei temi più centrali delle democrazie moderne. Sia il discorso politico, sia la trasmissione delle informazioni hanno subito in pochi anni un cambiamento epocale: fino a non molto tempo fa ogni notizia di interesse pubblico era mediata, in una logica top down, da fonti autorevoli e professionali; e similmente autorevoli e strutturate erano le sedi da cui veniva svolto il discorso politico. Ma la rete – che offre una indefinita quantità di fonti, tutte in teoria parimenti valide – ha rotto queste dinamiche e il dibattito su questioni di interesse pubblico avviene oggi su un piano orizzontale: non vi è più né mediazione nell’elaborazione degli eventi, né nel ‘dialogo’ politico tra i leader e i cittadini.

Almeno in apparenza, ciò dovrebbe condurre a un arricchimento della democrazia; nella realtà però molti sono i rischi e le trappole che rendono l’opinione pubblica non più libera ma più manipolabile, non più aperta al pensiero altrui ma più chiusa in una ‘bolla’ che conferma le sue opinioni (vere o false che siano), non più informata ma più confusa. A tali fenomeni sono dedicati molti studi e da ultimo il rapporto Infosfera, realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università Suor Orsola Benincasa, che ha studiato quali sono i meccanismi di influenza dei media, in particolare quelli presenti in rete, e qual è la loro capacità di persuasione.

Gli italiani, soprattutto quelli più giovani, trascorrono su Internet un tempo molto lungo e da qui traggono gran parte delle loro conoscenze: quasi l’80% di loro, infatti, ritiene di poter reperire in rete tutte le informazioni d’interesse e oltre l’87% considera tali fonti professionali e attendibili; tuttavia, nelle loro indagini gli italiani si fermano per lo più alla prima pagina del motore di ricerca (i primi cinque risultati superano il 75% dei click), nella quale non sono contenuti necessariamente i siti più attendibili, bensì quelli più popolari. Già a questo primo livello, dunque, si assiste a una selezione delle informazioni non oggettiva per attendibilità ma soggettiva per popolarità. Inoltre, il 78,75% non sa riconoscere un sito di ‘bufale’ e il 65,46% non riesce a distinguere una notizia vera da una falsa – e verrebbe qui da menzionare, almeno per alleggerire l’argomento, i numerosi casi, anche di personalità note, che hanno creduto vere le ‘notizie’ assurde diffuse, con tono perfettamente professionale, dal tanto geniale quanto noto sito satirico Lercio. Pertanto, se nella prima pagina di un motore di ricerca sono contenute ‘bufale’, l’opinione verrà costruita su di esse.

Ma solo meno della metà degli italiani pensa che le notizie false inquinino l’informazione, e la relazione tra un’informazione corretta e i processi democratici è del tutto sottovalutata: solo il 17% circa crede che le fake news possano influenzare le elezioni, per l’89% non sono frutto di propaganda politica, per l’84,8% non devono essere proibite per legge.

Tale misconoscimento è dovuto, secondo il rapporto Infosfera, soprattutto al fatto che si crede alle fake news che confermano le proprie opinioni e quindi si ha l’impressione che non spostino le proprie scelte. Quello che si cerca in rete non è un dialogo razionale, un confronto, una ricerca di verità, ma un riscontro emotivo a certezze o pregiudizi già acquisiti: un aspetto evidente in particolare su Facebook, in cui si creano ‘naturalmente’ reti di contatti omogenei dal punto vista delle opinioni e del sentire. L’enorme quantità di informazioni di ogni genere a cui possiamo accedere – dall’economia alla politica, dalle scienze al diritto – crea l’illusione di essere impermeabili alla manipolazione e ci induce a sottovalutare la gravità della falsificazione della realtà anche quando avviene a livello apicale, da parte dei leader politici (che si ha l’impressione, in ogni caso, di poter controllare), soprattutto se rispondenti alle nostre opinioni. Nella realtà, moltissimi di noi non sanno neppure distinguere un fatto reale di cronaca da uno palesemente inverosimile.


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