22 gennaio 2018

L’uso del tempo libero

I don’t like Mondays è il titolo di una famosa canzone del 1979, ma è soprattutto il lamento che riecheggia petulante ovunque – e in modo quasi ossessivo sui social network – nel primo giorno della settimana, che più che il dì della Luna andrebbe per molti ribattezzato il dì della Luna storta. Il lunedì nelle società industriali e postindustriali è infatti assurto a simbolo del tempo del lavoro, quello irregimentato e alienante; di contro, l’ambitissimo tempo libero, il tempo ‘vero’, quello ‘nostro’, che ciascuno di noi può usare discrezionalmente per dedicarsi a ciò che realmente ama, e che ci fa apparire l’intera settimana lavorativa come un continuo, faticoso anelito verso di esso. Ma al di là di queste scherzose esagerazioni – poiché anche il tempo dedicato al lavoro e allo studio o alla cura domestica e parentale è in molti casi gratificante e ‘felice’, ed è certamente, volenti o nolenti altrettanto ‘nostro’ – vi è una reale correlazione tra ricchezza e tempo libero.

In Italia dagli anni Settanta a oggi la disponibilità di tempo libero è aumentata con la crescita del PIL pro capite, mentre ne soffrono la mancanza soprattutto alcuni gruppi sociali: quelli meno abbienti e le donne, che tuttavia con il diminuire delle disparità di genere stanno gradualmente riuscendo a conquistarne sempre di più. Secondo il Rapporto annuale Istat 2017, infatti, tra il 2009 e il 2014 le italiane lavoratrici hanno guadagnato 11’ di tempo al giorno, mentre le non occupate 9. La disparità di genere è però ancora molto evidente, sin dalle età più precoci: tra bambini e giovani dai 3 ai 24 anni, le femmine hanno 34’ in meno dei maschi al giorno, che dedicano soprattutto alla famiglia; unica eccezione, le ragazze appartenenti alle fasce sociali a più alto reddito, che godono dello stesso identico tempo dei loro coetanei maschi. In età adulta, l’età in cui di tempo ne abbiamo tutti pochissimo, la disparità tra uomini e donne si accentua in tutte le classi sociali, raggiungendo i 52’ di media al giorno, che all’anno corrispondono a 317 ore; tuttavia, le donne con un reddito più alto hanno ‘solo’ 31’ in meno dei maschi, corrispondenti a 188 ore annue, e ne guadagnano perciò 129 rispetto alle loro coetanee meno agiate. Infine, le donne di 65 o più anni hanno ancor meno tempo libero delle altre rispetto agli uomini, un’ora e 22’ al giorno.

Le famiglie che godono di minor tempo libero sono quelle di impiegati e quelle a basso reddito con stranieri (rispettivamente 3 ore e 47’ e 3 ore e 52’), mentre 4 ore e 20’ sono la media generale. Piuttosto diversificato è, poi, in base al reddito e all’età, il tipo di attività che si svolge nel tempo libero. I giovani che dispongono di maggiori risorse svolgono attività ricreativo-educative, come frequentare corsi extrascolastici, in percentuale 3 volte maggiore rispetto alla media degli altri ragazzi italiani, e vanno più spesso a teatro, cinema, concerti e praticano più sport; non solo, tale tempo libero ‘organizzato’ non sottrae loro gli spazi ludici, a cui dedicano il 25,4% del tempo libero, contro una media generale del 22,8. Nelle famiglie più povere, invece, un tempo piuttosto lungo viene dedicato dai giovani alla tv (30,7% del tempo libero).

La TV rimane in tutti i gruppi sociali uno dei passatempi più amati: gli adulti vi dedicano il 38,6% e gli anziani circa la metà del loro tempo libero, ma gli adulti delle classi a basso reddito vi dedicano più del 40% del tempo libero contro il 32,7 di quelli delle classi più agiate, che la alternano con attività ludiche (10,9%), letture (9,7%) e occupazioni culturali di altro genere (3,5% del tempo libero). Il consumo di TV raggiunge il massimo grado nei giovani disoccupati.

Infine, uno sguardo alla partecipazione politica attiva, che riguarda una percentuale non alta di italiani, l’8,1%. Sono soprattutto i giovani a partecipare, attraverso manifestazioni, comizi, cortei ecc., mentre in età adulta l’interesse scema decisamente, per riprendere poi tra i 45 e i 64 anni, forse perché in queste età si torna a ‘respirare’ dopo una fase di estrema carenza di tempo a disposizione, o forse anche perché appartengono a queste generazioni molti di coloro che già facevano politica negli anni Sessanta e Settanta e che non l’hanno mai abbandonata del tutto; tra gli anziani, invece, la partecipazione è minima.

Fortemente legata al titolo di studio è anche la cosiddetta ‘partecipazione invisibile’, ossia quella di chi, pur senza prendere parte a iniziative attive, s’informa e discute di questioni legate alla politica: questa forma di interesse coinvolge il 77,2% di persone di 14 o più anni, con una punta del 93,2% tra gli appartenenti alle fasce ad alto reddito e un valore minimo del 55,3% delle famiglie a basso reddito con stranieri.

 


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