21 novembre 2019

La discriminazione razziale nel calcio italiano

di Lorenzo Longhi

Ronny Rosenthal era un calciatore dello Standard Liegi in procinto di passare all’Udinese, in Serie A. Israeliano, ebreo, venne accolto in occasione delle visite mediche da scritte antisemite e minacce nei confronti del presidente Pozzo nel caso l’avesse tesserato. Rosenthal fu costretto a restare in Belgio. Era l’estate 1989.

Maickel Ferrier, olandese di origini surinamesi, era ad un passo dal trasferirsi dal Volendam al Verona quando, dalla curva degli ultras dell’Hellas, venne esposto e fatto penzolare un fantoccio nero, cappio al collo, durante un derby con il Chievo. Ferrier non sarebbe mai arrivato in gialloblù. Era il gennaio 1996.

Akeem Omolade, giovane attaccante nigeriano del Treviso, venne fatto esordire in B a poco più di 17 anni. Al momento del suo ingresso in campo, decine di ultras del club abbandonarono gli spalti del loro settore. Era la primavera del 2001.

Poi decine e decine di striscioni marchiati di ignobili riferimenti ad Auschwitz, ai forni, ad Anna Frank: sono storie di razzismo ostentato, plateale, in alcuni casi peraltro con code nei tribunali. Il tema della discriminazione razziale, nel calcio italiano, viene da lontano, e negli stadi, troppo di frequente percepiti e vissuti come zone franche in cui ciò che è reato diventa diritto inalienabile, oggi appare ancora più subdolo e diffuso. Subdolo, perché gli ululati e i “buu” razzisti (per inciso: non si tratta né di ululati né di “buu”, ma del verso della scimmia; significante che da stereotipo rende inequivocabile il significato e il bersaglio) raramente sono urlati da tutti i presenti in un qualsiasi settore dei vari stadi, rendendo troppo semplice la retorica secondo cui certi cori nascono giusto da “qualche imbecille” e la conseguente derubricazione del fatto, la negazione del pur chiaro intento razzista. Diffuso, poi, perché i casi verificati negli stadi della Serie A ed entrati nelle cronache sono numerosi – Dalbert e Matuidi, Lukaku e il farneticante comunicato negazionista della curva dell’Inter ripreso acriticamente da gran parte della stampa, infine Balotelli; ma si tratta solo di quelli che più hanno fatto discutere – e, a ben guardare, ciò che accade nelle categorie inferiori, per non parlare delle partite dilettantistiche o ancora sugli spalti delle gare giovanili, è ancora più scoraggiante. Perché ciò che assurge al rango di notizia è appena una minima parte di quanto accade ogni settimana.

Il paradigma è sempre lo stesso: al caso di discriminazione seguono i distinguo, a questi sanzioni sostanzialmente a bassissima intensità, almeno per quanto concerne quelle irrogate dalla giustizia sportiva o dalle stesse società le quali, nel merito, fingono di non vedere e non sentire, con riverente timidezza; dopo tutto, i club che hanno il coraggio di denunciare alcuni elementi delle frange ultras si contano sulle dita di una mano, mentre gran parte preferisce la convenienza della connivenza, aumentando la sensazione di intoccabilità di determinate figure.

Ma quanto è vasto il fenomeno? Sul piano legale, i numeri li ha dati lo scorso 6 novembre, rispondendo a un’interrogazione, il ministro dell’Interno Lamorgese: «Durante l’attuale stagione sportiva – ha detto – si sono già verificati 15 episodi e gli sviluppi investigativi hanno permesso di deferire all’autorità giudiziaria 18 persone», per violazione della legge Mancino. Se si considera che l’ORAC (Osservatorio sul Razzismo e Antirazzismo nel Calcio) registrò 60 episodi nella prima metà della stagione 2017-18, verrebbe da considerarlo un fenomeno in diminuzione, tuttavia nell’intera stagione 2018-19 furono 7 quelli segnalati, e in questo caso si tratterebbe sin d’ora di un dato più che raddoppiato. La realtà è che rispetto al 2018 sono cambiati i parametri di riferimento per il riconoscimento e la catalogazione degli episodi, al punto che oggi si tende ad attenuarne la portata e a trovare il pretesto per giustificare le mancate sanzioni.

Del resto linguaggio e atteggiamenti di esclusione, quando non palesemente xenofobi, hanno attualmente piena cittadinanza laddove il dibattito politico è incendiato dalle ideologie sovraniste. Quando le parole dei leader sono improntate ad una intolleranza diffusa e strumentale, è impensabile attendere che vada meglio nei comportamenti dei loro scherani – le curve, peraltro, sono un fertile bacino di voti per le destre – e sono i numeri a certificare il clima: i report resi disponibili dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OCSE (hatecrime.osce.org) raccontano che in Italia, in generale, gli hate crime sono cresciuti del 42%, da 736 a 1048, dal 2016 al 2017, in notevole aumento anche sugli anni precedenti. Il constante e continuo imbarbarimento del dibattito politico e di quello sui diritti civili rende il tutto ancora più intuitivo.

Accade non solo in Italia, ma dovunque il vento sovranista accentua la distinzione fra il “noi” e il “loro”. L’Inghilterra del post-referendum sulla Brexit sta sperimentando il medesimo andazzo, e anche in questo caso i dati non mentono. Qui si torna al calcio e i numeri sono quelli forniti dall’Home Office, il ministero dell’Interno britannico, nel report Football-related arrests and banning order statistics, England and Wales, 2018-19 Season, relativo alle violenze da stadio nella scorsa stagione calcistica in Inghilterra e Galles: a fronte del decremento generale di reati da stadio (-4%) e arresti (-10%), si legge, «il numero di partite nelle quali sono stati segnalati reati d’odio sono aumentati del 47%, da 131 a 193 gare [...]. Di queste 193 segnalazioni, il 79% riguarda reati correlati al razzismo».

Lo scorso 14 ottobre, poi, l’intolleranza è andata in scena a Sofia, a margine della sfida delle qualificazioni europee fra Bulgaria e Inghilterra. Saluti nazisti, cori razzisti, doppia sospensione e gara portata a termine in un clima surreale, dopo l’uscita dallo stadio degli estremisti. Nulla di nuovo: in Bulgaria la radicalizzazione del tifo verso posizioni di estrema destra è un dato noto da anni, e già in occasione delle sfide di giugno contro Kosovo e Repubblica Ceca non erano mancati gli episodi razzisti. Questa volta l’eco internazionale di quanto accaduto contro l’Inghilterra ha causato un’ondata di sdegno all’estero e le dimissioni del presidente della Federcalcio, Borislav Mihaylov, “suggerite” dal premier Borisov. E la UEFA? La confederazione ha sanzionato la Bulgaria con un’ammenda e due partite da disputare a porte chiuse, ma, allo stesso tempo, ha ammesso, nelle parole del presidente Aleksander Čeferin, di non poter andare oltre: «Da sole le federazioni non possono risolvere il problema. I governi devono fare di più in questa area. Solo lavorando insieme nel nome della decenza e dell’onore faremo progressi». Lo stesso Čeferin, a febbraio, al margine del Comitato esecutivo del 43° Congresso ordinario della UEFA a Roma, aveva ricordato al calcio italiano l’evidenza del problema razzismo, chiedendo già allora un aiuto da parte dei governi e dei rappresentanti politici.

Un appello caduto nel vuoto, perché lo spirito del tempo è questo: il valore del discorso pubblico è fondamentale, e lo stato dell’arte privilegia la contrapposizione, la confusione, l’estremizzazione; non certo messaggi inclusivi. Le istituzioni sportive europee, e quelle italiane in misura maggiore, raramente vanno oltre la stigmatizzazione e pene lievi: fatte le dovute proporzioni (anche considerando le differenze normative), nelle istituzioni sportive un “caso Sterling” – l’ex patron dei Clippers, intercettato in una conversazione razzista e prima squalificato a vita quindi forzato dalla NBA (National Basket-ball Association) a cedere la franchigia: i fatti accaddero nel 2014, in era Obama – non appare possibile. Eppure, quella sanzione ebbe un impatto sociale rilevante negli States: significava che, senza altre possibili interpretazioni, in uno degli sport più amati del Paese il messaggio razzista non doveva e non poteva passare.

 

Crediti immagine: Fabio Diena / Shutterstock.com

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