4 marzo 2019

La percezione dell’antisemitismo nell’UE

La European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) ha pubblicato l’Experiences and perceptions of antisemitism. Second survey on discrimination and hate crime against Jews in the EU, per monitorare lo stato dell’antisemitismo in Europa rispetto al 2012, quando uscì la prima edizione dello stesso report. I Paesi presi in considerazione sono quelli in cui vive il 92% degli Ebrei della UE: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito. Attraverso sondaggi on-line, a un campione rappresentativo di persone di religione o cultura ebraica sono stati sottoposti quesiti riguardanti la loro percezione di sicurezza o pericolo, eventuali episodi di violenza verbale o materiale e fisica subiti, riscontro di contenuti pubblici via stampa o Internet o TV manifestamente antisemiti, atteggiamenti discriminatori e così via.

Quando le interviste sono state compiute, ancora non era avvenuta l’aggressione ad Alain Finkielkraut, ma da poco era stata uccisa Mireille Knoll, un fatto che peraltro, oltre a provocare un moto di sdegno e sentimenti di dolore da parte di molti, aveva prodotto paradossalmente anche una nuova impennata di antisemitismo, pure in Italia, come denunciava allora Vox. Osservatorio italiano dei diritti, e non stupisce quindi che il 90% degli Ebrei europei intervistati nel 2018 abbia percepito un aumento di tale odioso fenomeno. In quel contesto, si parlò soprattutto di un nuovo antisemitismo di matrice islamista, quindi per certi versi “esogeno”, ma in realtà il problema è molto più vasto e coinvolge segmenti diversi della società. Infatti, il 30% degli intervistati ha raccontato di essere stato preso di mira da estremisti islamici, ma il 21% da persone con una visione politica di sinistra, il 16% da colleghi, il 13% da persone con una visione politica di destra. Alcune frazioni della sinistra radicale s’incontrano su questo, dunque, con alcune frazioni della destra radicale europee. Molti non islamici per esempio lessero proprio l’omicidio di Mireille Knoll in funzione complottista, e nel contempo si assistette a un rapido slittamento da una interpretazione antisemita a una antisionista di quell’evento – come, in sostanza, se un’anziana signora francese fosse “colpevole” delle politiche di Israele, e pertanto la responsabilità del suo assassinio non ricadesse solo sui diretti autori, ma anche in generale sugli Ebrei. Non a caso alla “marcia bianca” organizzata in onore della vittima subito dopo il suo omicidio, la comunità ebraica dichiarò non graditi né il Front national di Marine Le Pen, né il movimento di sinistra radicale La France insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon.

Da quanto emerge dal report della FRA, in tutti i Paesi in questi anni la situazione è peggiorata. I più preoccupati sono senz’altro gli Ebrei francesi, molti dei quali stanno infatti emigrando e il 44% di essi ha preso in considerazione almeno una volta nel 2018 l’opportunità di farlo: il 77% di essi percepisce un forte peggioramento, mentre quest’impressione è condivisa da circa il 60% degli Ebrei di Polonia, Belgio, Germania e Regno Unito; gli italiani credono, invece, in prevalenza che la situazione sia “un po’” peggiorata (il 45% contro il 36% di coloro che credono che sia “molto” peggiorata), con però il triste dato complessivo che l’81% sente un peggioramento rispetto al 2012 (ma solo il 21% ha pensato di emigrare). Neanche ciò può stupire, perché anche in Italia – seppure in misura minore rispetto a Francia e Germania – gli episodi materiali di antisemitismo, come per esempio il recente furto delle pietre d’inciampo, secondo l’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, sono stati 181 nel 2018, contro i 130 del 2017 e del 2016.

Più di un intervistato su quattro (il 28%) in Europa ha subito molestie antisemitiche almeno una volta durante il 2018 (in Italia il 25%), ma la maggior parte di essi (79%) non ha denunciato, perché riteneva che non servisse a nulla (48%), o non considerava l’incidente abbastanza grave da essere segnalato (43%), o perché temeva che la segnalazione avrebbe comportato ulteriori problemi (22%). La maggior parte degli intervistati considera la rete la prima fonte degli attacchi antisemiti verbali: tale dato è particolarmente affermato in Francia (95%), Polonia e Belgio (92%) e Italia (90%). Questo aspetto, per il nostro Paese, è ampiamente documentato dal già citato Osservatorio sull’antisemitismo, che raccoglie segnalazioni al riguardo: teorie complottiste sulle banche ebraiche, insinuazioni su rapimenti, uccisioni e traffico di organi di bimbi palestinesi da parte degli israeliani, accuse di vittimismo e di strumentalizzazione dell’Olocausto, sono argomentazioni molto ricorrenti in rete che provengono sia da aree neonaziste e radicali della destra, sia da aree radicali della sinistra. 

Le più ricorrenti affermazioni antisemite sono, nell’ordine: gli israeliani si comportano come nazisti; gli Ebrei hanno troppo potere; gli Ebrei sono essi stessi la causa dell’antisemitismo; l’Olocausto viene utilizzato a fini strumentali.

L’impressione generale netta è dunque che l’antisemitismo torni (o continui) a essere un problema “endogeno” dell’Europa e che percorra strade diverse a seconda delle ideologie e dei momenti; che la legittima – come notato ancora dallo stesso Osservatorio sull’antisemitismo – critica alle politiche israeliane, che peraltro in parte considerevole proviene proprio da parte ebraica nonché israeliana (si pensi, per citare solo due casi, ad Amos Oz e David Grossman), degeneri però facilmente in vere e proprie teorie cospirazioniste antisemite; che molto poco si conosca dell’origine del sionismo e anche della recente storia europea.

 

Immagine: Tombe vandalizzate con simboli nazisti nel cimitero ebraico di Quatzenheim, Francia (20 febbraio 2019). Crediti: Hadrian / Shutterstock.com

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