11 febbraio 2015

La rivoluzione degli orti in città

di Daniela Amenta

Qualcuno l'ha definita “la rivoluzione del filo di paglia”, citando il saggio di Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese. Attraversa le metropoli del Pianeta, i piccoli centri, si dilata, occupa aiuole, giardini, terreni incolti, crea forme di economia alternativa, cambia le geografie delle città, movimenta scenari, stili di vita. Il fenomeno degli urban farmers è diventato così evidente e significativo anche qui da noi che Italia Nostra ha portato al tavolo di Expo 2015 il proprio progetto di Orti Urbani, una rete nata nel 2006 per preservare la biodiversità. I numeri, d'altra parte, parlano chiaro.

Secondo le stime della Cia, la Confederazione Italiana Agricoltori, negli ultimi quattro anni la superficie dei terreni recuperati spontaneamente da comitati di quartiere, associazioni o singoli cittadini è triplicata, passando da 1,1 milioni di metri quadri del 2011 agli oltre 3 milioni del 2013. E la maggioranza dei Comuni cavalca felicemente l'onda, il che significa per le amministrazioni anche rilancio e cura di aree degradate a costo zero, riduzione delle polveri sottili, contenimento dello smog e dei rischi idrogeologici, tutela del paesaggio. Alla base c'è un movimento articolato e trasversale, dai contorni frastagliati come le motivazioni che spingono milioni di italiani a recuperare vanghe, zappe, cesoie. Ci sono frange ideologizzate e più politiche, altre puramente estetiche, altre ancora che usano il verde come strumento anti crisi sul solco degli Orti di guerra: frutta e verdura a metri zero da consumare o rivendere. C'è chi si applica per potersi garantire cibo davvero biologico, privo di pesticidi, chi aderisce e si mobilita per sperimentare nuove forme di socialità nel vuoto pneumatico delle grandi città, chi tenta di restituire un po' di bellezza e poesia alle periferie dimenticate, chi riparte dalla terra per riannodare i fili del rapporto con la Natura. Ci sono orti di pace, sociali, didattici, terapeutici, nati nelle carceri, nelle scuole, nei centri per la cura delle marginalità e del disagio psichiatrico. E ancora: terrazze condominiali trasformate in giardini pensili con il sostegno di bonus fiscale, muri botanici verticali, guerriglieri del giardinaggio che lanciano “bombe” di semi, raccoglitori di erbe spontanee mangerecce nei parchi cittadini, singoli che adottano aiuole o alberi e se ne prendono cura in perfetta solitudine solo per il piacere di vedere spuntare un fiore o una foglia. Linfa verde nel cuore del Paese, antiche e buone pratiche tornate di moda con prepotenza e straordinario impeto. Non solo aree circoscritte da “bonificare” ma un atteggiamento “green” complessivo che si insinua tra cortili e marciapiede, cresce sui balconi o negli androni dei palazzi, sperimenta nuove forme di coltura e di cultura. Da Bari è partito l'Ortocrossing, ovvero agricivismo urbano, che semina germogli in barattoli di latta colorati e li abbandona in giro. Idea ripresa dal gruppo delle Piante Volanti di Milano, specializzato in “microinstallazioni botaniche” attaccate sui pali della luce o dei semafori. Concetti e strategie in movimento spesso nati in Rete, esportati in strada. E dunque, prendendo in prestito modelli che arrivano dal Canada, dall'America, dalla Gran Bretagna, anche l'Italia ha il suo gruppo di Frutta Urbana il cui obiettivo è quello di raccogliere la frutta che cresce nei parchi e lungo i viali e che altrimenti andrebbe persa. Per il momento sono attivi tra Roma (439 alberi individuati, con tanto di foto, specie e indirizzo) e Milano (76 esemplari censiti). Tra novembre e gennaio sono stati raccolti nel quartiere della Magliana, periferia della Capitale, circa 300 chili di arance amare, donate in parte alla Caritas e in parte trasformate in marmellata e rivendute. A settembre era toccato alle mandorle e alle mele, a ottobre ai melograni e ai cinorridi di rosa canina. E sempre a Roma ci sono gli Stalker, infaticabili camminatori, chi si occupano della raccolta delle olive spontanee e hanno già prodotto con successo piccole quantità di olio, oppure i “militanti” del Parco pubblico di Prato Fiorito, sulla Prenestina, che sono riusciti a sistemare, grazie alla sapienza degli anziani del quartiere, un ettaro di antica vigna. Le prime bottiglie sono state usate per brindare tutti assieme, ma in base alle previsioni quei tralicci dimenticati per anni adesso possono fruttare fino a 10mila litri di Bianco del Lazio Igt. Un successo. Milano ha già destinato 1384 piccoli appezzamenti secondo il censimento 2014 di Coldiretti Lombardia. Non orti condivisi in senso stretto, ma micro aree gestite da privati. Per arrivare all'ultimo miracolo collettivo bisogna raggiungere via Marco De Marchi, Chiesa Cristiana Protestante. Qui c'è l'appezzamento “della fede” curato da Andreas Kipar, progettista green di livello internazionale. Un gioiello tra fiori blu di borragine, piante attira farfalle, bietole, fragole, ribes e patate. Queste ultime sono a disposizione soprattutto degli studenti delle scuole Svizzera e Tedesca per la preparazione del Rösti, piatto elvetico per eccellenza. Roma conta invece 150 orti ufficiali in base alla mappatura di Zappata Romana. Sono tanti, tantissimi, e spesso sostenuti da progetti innovativi, fuori schema. Come l'Hortus Urbis, nato nel marzo 2012 all'interno del Parco Regionale dell'Appia Antica e immaginato da due architetti, Luca D'Eusebio e Sivia Cioli. Nella pratica è un rettangolo che ricalca per forma e costrutto gli orti della antica Roma: 16 aiuole in un'area di 50 piedi romani. Niente pomodori, niente patate ma rafano, coriandolo, margheritine, alloro, rosmarino, Achillea, Bocche di Leone, piante medicinali o tintore selezionate in base ai testi di Columella, Plinio il Vecchio, Catone, Virgilio. Orto didattico rivolto soprattutto ai bambini che si avvale del contributo di agronomi, botanici, guardie parco e moltissimi volontari. “Siamo capitati in questo mondo per caso – racconta D'Eusebio –. Volevamo solo mappare le realtà presenti sul territorio ma andando avanti con la ricerca abbiamo colto la necessità di un confronto tra urban farmers, ortisti, giardinieri improvvisati. Ci siamo seduti a un tavolo e individuato una serie di problemi. Il primo è che Roma, a differenza di Milano, non ha un regolamento complessivo e chi decide di prendersi cura legalmente di uno spazio verde incontra un'infinità di intoppi e interlocutori: municipi, Regione, Comune. È spesso un percorso a ostacoli, mentre basterebbe regimentare quanto già esiste e individuare con chiarezza le regole per il futuro”. Così si assiste al paradosso dell'unico orto comunale romano, in via della Consolata, costato 300mila euro mentre altri spazi consolidati faticano ad avere l'allaccio per l'acqua e possono contare solo sulle forze di quanti decidono di armarsi di pala e vanga. Ma, nonostante i problemi, l'onda verde non accenna a perdere energia, anzi cresce e si moltiplica. E che tra le zolle di un pezzo di terra si coaguli ben altro lo dimostra l'EutOrto fortissimamente voluto da un gruppo di “lavoratori scomparsi” dell'ex Eutelia di Roma. Si occupavano di informatica, dal settembre 2010 in via Ardeatina zappano, annaffiano, spartiscono il raccolto con i rifugiati o quanti hanno meno di loro. Perché perdere il lavoro non è «solo» una questione di stipendio. Dietro si lascia tutto: i colleghi, il luogo, il ruolo, la soddisfazione del fare. E allora in venti, piuttosto che stare con le mani in mano, hanno deciso di provarci, di unire le forze. In un'altra vita erano ingegneri, amministrativi, tecnici informatici, ora in tremila metri quadri coltivano anche speranze. La terra è così, fa quest'effetto a volte. È dura, tosta da plasmare, ma dal basso permette di guardare verso l'alto. Ipotizzare il futuro. Al centro di Beirut, lungo la linea che per 15 anni ha raccolto solo sangue e orrore e visto divampare la guerra civile, c'è il progetto di realizzare il Giardino del perdono, un modello che si pensa di esportare anche in Ruanda e in Sudafrica, e ovunque l'intolleranza e l'odio abbiano preso il sopravvento sui bisogni dell'uomo. Forse è venuto davvero il tempo della “rivoluzione del filo di paglia”: tornare a parlare con noi stessi attraverso la Natura. Tutto molto semplice e sorprendente, come il miracolo di un seme che nasce.


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