23 ottobre 2019

La salute non è uguale per tutti: il rapporto dell’OMS sulle disuguaglianze in Europa

Recentemente l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’agenzia speciale dell’ONU che si occupa della salute pubblica, ha reso noto il suo primo rapporto sull’equità sanitaria tra i cittadini dell’area europea: Healthy, prosperous lives for all: the European Health Equity Status Report 2019.

Il rapporto, che prende in considerazione 53 Paesi, rivela una situazione di squilibrio profondo tra le diverse realtà e mostra quanto gravi siano le disuguaglianze sanitarie tra i cittadini di un’area che si potrebbe pensare, in apparenza, uniforme e senza sostanziali differenze per quel che riguarda lo stato di salute dei suoi abitanti.

Il divario sanitario è in Europa non solo significativo, ma anche in costante aumento e deve essere affrontato con urgenza dai governi dei vari Paesi non solo per garantire ai propri cittadini una buona salute e condizioni di vita sicure e dignitose, ma anche per creare uno sviluppo sostenibile e una più solida crescita economica; lo stesso rapporto OMS calcola un aumento del PIL per i Paesi che migliorano le condizioni di vita dei propri abitanti dallo 0,3% al 4,3%.

Sono cinque i principali fattori di rischio che causano, in percentuale diversa, queste disuguaglianze. Al primo posto (35%) la questione della sicurezza del reddito e la conseguente protezione sociale: cioè la difficoltà, sebbene si abbia anche un lavoro a tempo pieno, nel riuscire a garantirsi tutti quei beni e servizi minimi per assicurarsi un livello di vita almeno dignitoso; seguono le condizioni di vita (29%), definizione che include genericamente diverse questioni: il non possedere un’abitazione dignitosa, la mancanza di cibo e di riscaldamento, ma anche il vivere in quartieri non sicuri o inquinati e con scarsi livelli di igiene oppure in situazioni di violenza domestica. Un altro fattore è definibile come capitale sociale e umano (19%) e si riflette in un senso di profondo isolamento e in una pressoché nulla fiducia verso il prossimo che implica la percezione di non poter chiedere aiuto a nessuno in caso di bisogno; in questa categoria sono da includere anche la violenza sulle donne e la mancanza di istruzione. Seguono poi l’accesso all’assistenza sanitaria e la sua qualità (10%): per molti, infatti, l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità è precluso in partenza anche a causa del costo dei pagamenti diretti per la salute che obbligano molte persone a scegliere se curarsi oppure provvedere ad altri bisogni altrettanto basilari; inoltre, anche i lunghissimi tempi di attesa di molti servizi sanitari nazionali (come, ad esempio, nel nostro Paese) accrescono questa percezione di iniquità tra chi può immediatamente avere accesso a cure e terapie e chi è costretto ad attendere a lungo anche solo una diagnosi. Infine, le condizioni di impiego e di lavoro (7%), cioè l’impossibilità di partecipare pienamente al mercato del lavoro (intesa sia come lavori precari o temporanei che come generiche cattive condizioni lavorative), che ha ricadute non solo sulla qualità della vita di ogni giorno, ma anche sulle prospettive di vita future.

Sono questi, secondo lo studio citato, i fronti su cui è necessario intervenire con politiche, non solo sanitarie, atte a migliorare la vita di un numero molto elevato di persone e per invertire il senso di alcune scelte sbagliate fatte in tempi recenti: ad esempio, il 53% dei Paesi europei, negli ultimi quindici anni, ha disinvestito in politiche abitative e in alloggi, mentre il rapporto dell’OMS mostra come ben il 29% delle disuguaglianze sanitarie derivi proprio da condizioni abitative fattesi via via più precarie e inadeguate per fasce di popolazione sempre più ampie.


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