9 gennaio 2019

La scarsa mobilità intergenerazionale in Italia

Nelle economie ad alto reddito si ha una mobilità sociale maggiore che in quelle a basso reddito: a livello globale, Africa e Asia meridionale sono le aree in cui chi nasce in una famiglia povera ha le maggiori possibilità di morire povero e chi nasce in una famiglia ricca molto probabilmente ricco morirà. Tra i Paesi invece dove esiste una forte mobilità sociale, si pongono ai primi posti alcuni dell’Europa occidentale, il Giappone, l’Australia e il Canada. Livelli medi di mobilità si riscontrano invece negli Stati Uniti e in Italia, nonostante le grandi differenze che caratterizzano queste due realtà: l’Italia, infatti, al contrario degli Stati Uniti, offre un sistema pubblico di istruzione a cui tutti, indipendentemente dal reddito, possono ugualmente accedere e le eccellenze nell’istruzione si trovano spesso proprio nel pubblico piuttosto che nel privato, a tutti i livelli, dalla scuola primaria all’università; e l’istruzione è riconosciuta come uno dei principali strumenti del cosiddetto “ascensore sociale”, che tuttavia sembra essersi da alcuni anni bloccato.

Uno studio compiuto da due ricercatori della Banca d’Italia, Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, dal titolo Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia (2018), infatti, ha rilevato che, dopo un lungo periodo durante il quale le condizioni di partenza hanno gradualmente affievolito il loro peso su quelle di arrivo, da alcuni anni hanno nuovamente cominciato a pesare di più, mostrando un’inversione di tendenza.

Per quanto concerne l’istruzione, i coefficienti di correlazione tra gli anni di studio dei padri – che “pesano” maggiormente di quelli delle madri – e dei figli sono passati da valori prossimi a 0,55 per i nati prima degli anni Trenta a valori di circa 0,45 per i nati a partire dalla metà degli anni Cinquanta e fino agli anni Settanta; per le generazioni successive si nota invece un’inversione di tendenza, con livelli di correlazione nuovamente più alti. Pesano soprattutto le scelte iniziali: in una sorta di autoselezione, infatti, i figli tendono a ripercorrere le strade dei genitori, nella scelta dell’indirizzo scolastico e degli anni da dedicare allo studio, sicché la scuola sembra non essere considerata un valido strumento di mobilità.

Anche le stime basate sul reddito mostrano, dopo un lungo periodo in cui l’ereditarietà era andata calando, una nuova tendenza all’aumento del condizionamento delle situazioni familiari di partenza, soprattutto negli ultimi anni, a partire dal 2010. Ciò colloca l’Italia tra i Paesi economicamente avanzati dove scarsa è la mobilità intergenerazionale, un fatto grave non solo per i singoli individui che subiscono il condizionamento ma per l’intero Paese, che spreca con ogni evidenza potenzialità che potrebbero contribuire a una maggiore crescita dell’economia.

Come rilevato da altri studi, citati in un articolo del World Economic Forum (WEF), inoltre, le società più integrate, dove per esempio convivono persone appartenenti a classi sociali o a etnie diverse, ossia nelle realtà meno “ghettizzate”, l’ascensore sociale tende a funzionare meglio. Ciò è peraltro coerente anche con alcune osservazioni dello studio della Banca d’Italia, che rivela come oltre all’istruzione e alla famiglia di origine pesino molti altri fattori, come il quartiere, l’ambiente che si frequenta e i valori culturali in senso più ampio a cui si può attingere: più ci si “mischia”, sembra, più si aprono possibilità di scelta, più sono le opportunità di migliorare le condizioni di partenza per chi parte svantaggiato.

 

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