25 febbraio 2015

La squadra di calcio dei migranti

di Daniela Amenta

In linea d'aria la distanza tra Pietralata e piazza di Spagna è poco più di dieci chilometri. Eppure da qui, campo XXV Aprile in via Marica, la fontana della Barcaccia è una specie di miraggio, un puntino lontanissimo. Probabilmente come la terra vista dalle carrette cariche di migranti. Qui gli ultras del Feyenoord non sono mai arrivati, così come Pietro e Gian Lorenzo Bernini, principi del barocco ai tempi del cardinale Scipione Borghese e di Papa Paolo V, autori di quella navicella di travertino ai piedi di Trinità dei Monti assaltata come la curva di uno stadio da migliaia di teppisti olandesi.

Questa è la periferia di Roma, quella raccontata da Pasolini, dalla Morante e da Albino Bernardini, dove si gioca a pallone finché i crampi te lo permettono e il calcio stesso è un mezzo per riscattarsi. Nessun riflettore acceso, passi lunghi e pedalare in un campo di polvere, attraversato fino agli anni Novanta dalla gloriosa Albarossa, “rettangolo di lotta e tempo liberato” per il proletariato romano, benedetto anche da Palmiro Togliatti. Ce ne sono di storie da dire, c'è ancora chi ricorda la volta che qui venne in visita Lev Yashin, il portiere-ragno della Nazionale Sovietica, ed Herrera. Pure lui, certo, il mago Helenio, e le vittorie dell'Uisp, Unione Italiana Sport per tutti, e le sfide memorabili. In via Marica, Pietralata, a dieci chilometri dalla Barcaccia ora si allenano i ragazzi della Liberi Nantes Asd, Associazione Sportiva Dilettantistica. I giocatori del Football Club arrivano dalla Somalia, dall'Iraq, dall'Afghanistan, dalla Nigeria. Scappano da guerra, fame. L'unico team di calciatori composto da migranti forzati e richiedenti asilo, riconosciuto dall'Unhcr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Oggi i ragazzi in fuga dall'orrore militano in terza categoria, fieri di un secondo posto guadagnato domenica dopo domenica, affrontando anche le squadre nate “dal basso”, espressione di un calcio popolare senza padrini, senza padroni. Come l'Ardita San Paolo. Tanta fatica. Tanto fiato. Tanta strada fatta dal 2007, quando l'associazione nacque come scommessa di un gruppo di amici di Roma sostenitori indomiti dei Mondiali Antrirazzisti. Liberi Nantes nel frattempo è diventata una realtà in crescita con una scuola per imparare l'italiano, una brigata di escursionisti e una squadra quasi tutta al femminile di Touch Rugby dove per fermare l'avversario basta sfiorarlo. Nell'Italia dove spesso il calcio è un problema di ordine pubblico, mix venefico di violenza, devastazione, razzismo, interessi e affari miliardari, sono in pochi ad occuparsi dei ragazzi con la maglia blu e bianca. Quelli per cui lo sport è l'unico modo per uscire dai centri di accoglienza, recuperare fiducia e rispetto per sé stessi e gli altri, correre veloci per gioco, senza scappare. Liberi Nantes non ha contributi, non fa parte di lobby, fatica a sopravvivere. Per questo l'Associazione ha lanciato un crowdfunding: l'obiettivo è raccogliere in due mesi 8mila euro, una cifra irrisoria per i professionisti dello sport. La campagna si intitola: “Regalaci un pallone, regalaci una domenica”: con 10 euro si compra una sfera di cuoio, con 25 un paio di scarpini e via così. Con 200, addirittura, si dona una speranza. Non solo denaro, ma anche la necessità di condividere un progetto, renderlo ancora più vivo e partecipato. Gianluca Di Girolami, tra i fondatori di questa esperienza tanto bella quanto dimenticata, racconta di maglie, sempre quelle, infilate centinaia di volte in lavatrice: “A oggi di ragazzi e ragazze ne sono passati talmente tanti, che abbiamo perso il conto, credo almeno mille, o poco ci manca. Dal 2007 solo volontarie e volontari. Nemmeno un rimborso spese, una scheda telefonica, un buono benzina. Solo mani in tasca e autofinanziamento. Qualche contributo, ma gocce nel mare per una realtà che ad oggi ha dimostrato di essere una forza unica, capace di garantire il diritto allo sport a chi spesso di diritti ne ha ben pochi”. E poi, come spiegano Daniela Conti e Alberto Urbinati, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'Associazione, ci sono tante voci in bilancio: pagare l'iscrizione al campionato, il tesseramento alla Figc, le visite mediche, i lavori per rendere praticabile il campo XXV Aprile. In pochi giorni sono arrivati già 926 euro, una somma importante a Pietralata, poco meno di una briciola per rincollare i pezzi frantumati della Barcaccia. Appena dieci chilometri di distanza da qui a piazza di Spagna, ma sembra una traversata, una linea infinita. Come il percorso per arrivare in rete, urlare gol, far cantare il “tempo liberato”. Senza più paura.


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