25 gennaio 2019

La violenza ultras, tra numeri e norme

di Lorenzo Longhi

Giovanni Malagò, presidente del CONI, ha parlato della necessità di «modelli alla Thatcher», mentre dal canto suo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, al termine della riunione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive svoltasi alcuni giorni fa a Roma, ha sottolineato la volontà di «sradicare la violenza dentro e fuori gli stadi con ogni mezzo necessario». Di certo, dopo gli scontri fra le tifoserie a margine della partita di Serie A tra Inter e Napoli del 26 dicembre 2018, che hanno portato alla morte dell’ultrà del Varese Daniele Belardinelli, a quattro feriti per accoltellamento e a diversi arresti, il tema della violenza ultras è tornato al centro del dibattito politico (assieme a quello del razzismo da stadio che, però, è altro tema), rendendo così già vecchio il recente rapporto dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive – relativo ai cinque mesi che vanno dal 1° luglio al 30 novembre 2018 – che raccontava di una netta diminuzione del fenomeno.

Rispetto al medesimo periodo del 2017, infatti, la rilevazione mostrava un calo del 57,45% degli incontri con feriti, una diminuzione rispettivamente del 57,14% e del 50% dei feriti fra i civili e le forze dell’ordine, cali significativi anche in termini di denunciati (-43%) e arrestati (-80%). I dati erano invero relativi ad un numero inferiore di incontri, 913 (158 in meno rispetto alla rilevazione degli stessi cinque mesi dell’anno precedente), ma è anche vero che le partite e le rivalità non vanno solo contate ma “pesate”, e in questo senso la prossima rilevazione sarà resa più grave dal riapparire di un decesso, evento che non si verificava in Italia da quattro anni, da quando nel 2014 Ciro Esposito venne ucciso da un colpo di pistola sparato da un ultrà della Roma a margine della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Ed è significativo notare che, in entrambi i casi, si sia trattato di morti avvenute presso le vie di accesso agli impianti, e non nel contesto di scontri con le forze dell’ordine – circostanza che, nel 2007, fu fatale all’ispettore di Polizia Filippo Raciti –, ma di incidenti o assalti fra gruppi di tifosi organizzati. Un aspetto, quest’ultimo, che vale la pena sottolineare, e che non potrà essere sottovalutato ora che la politica pare voler accelerare nel merito di una nuova legislazione specifica.

Eppure, le leggi non mancano, anzi. La più strutturata delle ultime risale all’estate 2014 ed è il Decreto antiviolenza che inasprì il DASPO (il provvedimento di interdizione all’accesso alle manifestazioni sportive: attualmente sono 6.732 quelli in vigore) introducendo anche quello “di branco” per le violenze di gruppo e aumentò la tipologia di reati passibili di provvedimento di interdizione, prevedendo anche la possibilità di divieto di trasferta nel caso di gravi episodi di violenza, la chiusura del settore ospiti e il divieto di vendita di biglietti ai tifosi residenti nella provincia della squadra avversaria. Fra le disposizioni, l’obbligo ai club di contribuire al pagamento degli straordinari delle forze dell’ordine, mentre nel 2003 (d.lgs. 24 aprile 2003) già era stato inserito nell’ordinamento il concetto di “flagranza differita”, che permetteva il fermo di polizia entro trentasei ore da episodi di violenza durante le manifestazioni sportive, sulla base di documentazione video-fotografica. Ed è prossimo ai vent’anni il provvedimento che, nel 1999, abolì le trasferte dei tifosi a bordo dei treni speciali, successivo alla morte di quattro tifosi della Salernitana di rientro da Piacenza.

Tornano così in auge i riferimenti agli schemi legislativi vigenti all’estero, dove non si può sostenere che la violenza sia scomparsa, nonostante miglioramenti anche netti, perché anche altrove i problemi maggiori avvengono fuori dagli impianti. Il modello inglese, che si basa sul Football Spectators Act del 1989 (era Thatcher) e sulle successive modificazioni introdotte dopo il Taylor Report con il Football Offences Act del 1991 (governo Major), il Crime and Disorder Act e il Football Offences and Disorder Act del 1998 e del 1999 e il Violent Crime Reduction Act 2006 (era Blair), è uno dei più citati. Tuttavia, come ha sottolineato anche il sottosegretario Giorgetti, ogni Paese ha la propria cultura giuridica e sportiva, e in effetti è improponibile pensare di mutuare per intero un modello (per quanto funzionante) in contesti così differenti. Ad esempio, nel Regno Unito le società sono fortemente responsabilizzate, aspetto questo favorito dalla proprietà privata della quasi totalità degli impianti (gli stessi club possono interdire l’accesso ai sostenitori “non graditi”), mentre in Italia le strutture sono per la stragrande maggioranza di proprietà dei comuni. Inoltre, il vero punto cardine del modello inglese è stata la capacità di trasformare il tifoso in cliente, una mutazione della fruizione e della fauna che affolla gli stadi che trova inevitabili resistenze, a maggior ragione in un’Italia in cui gli impianti sono di frequente vetusti e inadeguati ad una fruizione che vada oltre l’evento sportivo.

Gli stadi percentualmente più pieni, in Europa, sono quelli tedeschi, dove il modello è differente: gli impianti non hanno solamente posti a sedere (sono tornati in voga quelli in piedi anche in alcuni impianti della Bundesliga), ma le società sono maggiormente responsabilizzate, anche in virtù della norma secondo cui il 51% della proprietà dei club è in mano ai soci-tifosi, e sono proprio le società a pagare gli agenti, quando ne servono in misura aggiuntiva rispetto a quanto previsto. E fuori dagli stadi è la polizia a dover garantire l’ordine pubblico.

Più simili a quello italiano sono i modelli adottati in Francia e Spagna, dove è lo Stato il principale responsabile della sicurezza, e ciò comporta provvedimenti che vengono considerati dal pubblico maggiormente repressivi. In quest’ottica, dove viene meno la dialettica, diminuisce la collaborazione e aumentano i rischi, senza contare che atteggiamenti ambigui (in primis negli equivoci rapporti società-tifosi, ma anche con la partecipazione di politici di spicco a manifestazioni di ultras) non fanno altro che confermare la sensazione che, più che l’assenza di una legislazione adeguata, sotto diversi aspetti sia l’effettiva applicazione di essa ad essere carente.

 

Crediti immagine: Marco Iacobucci EPP / Shutterstock

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