30 dicembre 2019

Le 10 parole dello sport 2019

di Lorenzo Longhi

Un anno di sport, 12 mesi i quali, essendo peraltro gli ultimi della decade, si prestano anche ai bilanci sportivi proiettati su un decennio. Ma cosa ha caratterizzato lo sport nel 2019? Con quali parole potrebbe essere riassunto? Con un occhio di riguardo all’Italia, eccone dieci.

 

Biles Simone Biles, a nemmeno 23 anni, nel 2019 è diventata la ginnasta più decorata di sempre, a prescindere dal genere, e ormai il suo nome è sinonimo di record. Nella ginnastica artistica, però, i cognomi finiscono anche per designare particolari evoluzioni che entrano nei codici di punteggio proprio perché inventati dagli atleti: ebbene, dopo il “Biles” codificato nel 2016, ai Mondiali di Stoccarda ecco il “Biles II”.

 

Comeback – In inglese significa, letteralmente, “ritorno” e nel 2019 dello sport il ritorno per eccellenza è rappresentato dalla vittoria di Tiger Woods all’Augusta Masters, il più rilevante torneo internazionale del golf. Woods l’aveva vinto per l’ultima volta nel 2005, e non vinceva un major dal 2008. Dopo anni segnati da scandali e vicissitudini personali anche gravi, la rivincita di Woods ha avuto risvolti quasi epici, tanto da essere nominata da AP-Associated Press quale Sports story of the year: in una prospettiva americanocentrica, e considerando l’assiologia USA, è difficile trovare di meglio.

 

Donne (nel calcio) – Il Time ha scelto come atleta dell’anno non un singolo, ma una squadra: la nazionale statunitense di calcio femminile, vincitrice del Mondiale femminile disputatosi in Francia e capitanata da un’atleta, Megan Rapinoe, riconosciuta anche per le sue posizioni in tema di diritti civili. Non è solo il trionfo a delineare la scelta, ma il contesto, se è vero che mai come in questa edizione la manifestazione è stata capace di ottenere una eco globale. La stessa Nazionale italiana è emersa anche a livello mediatico, riuscendo peraltro a porre nell’agenda politica il professionismo nel calcio femminile con l’inserimento nella legge di bilancio di un emendamento che sostanzialmente apre alla possibilità di un riconoscimento. Palla ora alla FIGC, che coronerebbe così un triennio di scelte efficaci per la disciplina con una svolta epocale. Per la prima volta, poi, una donna (la francese Stéphanie Frappart) ha arbitrato una significativa finale maschile sotto l’egida della UEFA, la Supercoppa europea. Il 2019, insomma, è stato l’anno delle donne nel calcio.

 

Egemonia – Il 2019 ha confermato l’aumento del divario fra gli interpreti più forti o attrezzati e il resto del lotto, con la conseguente egemonia di squadre o atleti. A puro titolo di esempio, nel motociclismo i 6 titoli di Marc Márquez nella sola MotoGP negli ultimi 7 anni, in Formula 1 i 5 Mondiali di Lewis Hamilton in 6 stagioni, nel tennis i 33 slam vinti nella decade da Djokovic, Nadal e Federer (quest’ultimo nel 2019 ha vinto il suo centesimo trofeo), i 12 della sola Serena Williams – nel frattempo diventata pure mamma – o, nel calcio, i domini di Bayern Monaco in Germania e Juventus in Italia (8 campionati su 10), Paris Saint-Germain in Francia (6 campionati da quando la proprietà è diventata qatariota), i 7 scudetti (più 2 Champions League) del Barcellona in Spagna, le 4 Champions su 5 vinte dal Real Madrid fra il 2014 e il 2018, la diarchia Messi-Cristiano Ronaldo sul trono di miglior giocatore del mondo, non tanto e non solo sul campo, ma anche per logiche di riconoscibilità globale. Dati da tenere in considerazione per la ridefinizione del futuro dei vari sport.

 

NOlympics – Nel 2019 l’Italia, attraverso il difficile processo di candidatura di Milano e Cortina, ha ottenuto l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Il CIO aveva visto nel frattempo via via sfilarsi dall’agone gran parte delle pretendenti, perché oggi divenire sede di un’Olimpiade sembra essere più una rogna che una opportunità, al punto che si è sviluppato, nell’anno che sta per concludersi, un movimento transnazionale chiamato NOlympics, il quale, partito per contrastare Los Angeles 2028, ha ora iniziato ad organizzarsi per portare le proprie istanze su una scala più vasta e coinvolgente, facendo rete, per una protesta che vada oltre le logiche NIMBY.

 

Pozzo – Inteso come Vittorio, CT della Nazionale italiana di calcio fra il 1929 e il 1948, vincitore dei Mondiali del 1934 e del 1938 e delle Olimpiadi del 1936. Nel 2019 l’Italia di Roberto Mancini ha battuto un record che apparteneva all’illustre predecessore, quello dei 9 successi consecutivi, che resisteva da 80 anni: dopo avere vinto tutte le gare del 2019, la serie dell’attuale CT è ora a quota 11 ed è ancora aperta. Posto che il record è puramente statistico (le Nazionali giocano più partite rispetto ad allora, e spesso contro avversari meno competitivi), a Mancini va dato atto di avere ringiovanito la squadra, riportato entusiasmo all’ambiente e, ovviamente, avere vinto subito, aspetto tutt’altro che scontato dopo il 2017, l’annus horribilis della mancata qualificazione ai Mondiali.

 

Razzismo – Nel calcio il 2019 ha rappresentato l’anno dei passi indietro. A livello internazionale, le copertine sono state prese dalle intemperanze razziste delle frange ultras a seguito della Nazionale della Bulgaria, ma sono state Italia ed Inghilterra a guidare la linea dell’arretramento culturale. Restando all’Italia, i dati e l’eco mediatica di alcune situazioni imbarazzanti (i casi di Moise Kean, Lukaku e Balotelli, sino all’emblematica vicenda del portiere dell’Agazzanese Omar Daffe, solo per citare i più discussi) hanno confermato una recrudescenza del fenomeno, alimentato e protetto dallo spirito del tempo. Dove non ha colpito l’imbarbarimento culturale ci ha pensato infine il difetto di intuitività comunicativa e semantica della campagna antirazzista della Lega di Serie A – il trittico di scimmie disegnato dall’artista Simone Fugazzotto – che ha azzoppato da subito gli obiettivi dell’iniziativa, mutandola di segno.

 

Riforme – La FIFA ha lanciato il nuovo Mondiale per club, le società europee riunite nell’ECA (European Club Association) hanno ammesso di puntare, dal 2024, a un nuovo format per la Champions League. Abbastanza prevedibilmente, nessuna delle proposte convince appieno i club stessi, ma la direzione, quella di un oligopolio sulla base del censo, è tracciata: l’oggetto del contendere sono solamente le specifiche della strada.

 

Sanzioni – Lo scorso 10 dicembre la WADA (World Anti-Doping Agency) ha squalificato per 4 anni la Federazione russa dagli eventi sportivi globali più importanti, vale a dire Olimpiadi (Tokyo 2020 e Pechino 2022) e Mondiali delle diverse discipline. Posto che alcuni atleti russi potranno gareggiare comunque sotto una bandiera neutrale – accadde anche ai Giochi invernali di Pyeongchang nel 2018 – si tratta della sanzione più pesante nella storia dello sport per i casi di doping sistematico e la manomissione – peraltro recidiva – dei dati relativi ai controlli. La Russia, da copione, grida al complotto e ha annunciato l’intenzione di ricorrere presso il TAS (Tribunal Arbitral du Sport) di Losanna, in un tentativo destinato a fallire al cospetto di evidenze lampanti. Intanto, nell’eterna e asintotica rincorsa dell’antidoping, una sanzione di tale intensità fa scalpore e, se non altro dal punto di vista etico, indica la via con nitida chiarezza.

 

Sport e salute – In Italia è entrata in vigore la contestata e discussa riforma dello sport, oggetto nel recente Milleproroghe di una nuova modifica che sdoppia le cariche di presidente e amministratore delegato di Sport e Salute, il nuovo soggetto che ha preso buona parte delle precedenti competenze del CONI. Risultato? Le immediate dimissioni di Rocco Sabelli dal vertice della stessa Sport e Salute. In ballo non c’è solamente la governance, ma anche il futuro dello sport nazionale, il cui apice è immerso in un’economia di mercato in cui la base rischia il soffocamento.

 

Immagine: Ilaria Mauro (Nazionale italiana femminile di calcio). Crediti: Marco Canoniero / Shutterstock.com

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