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25 ottobre 2013

Le armi della cultura contro il negazionismo

Scongiurare il pericolo di ogni forma di revisionismo. Tutelare la memoria e impedire che la ferita inferta all’umanità dall’Olocausto si sbiadisca. Non consentire che l’orrore assuma nel tempo un alone leggendario, soprattutto via via che, per ragioni anagrafiche, vengono a mancare le testimonianze dirette dei sopravvissuti. Le motivazioni che hanno portato all’approvazione nella commissione giustizia del ddl che introduce il reato di negazionismo sono chiare; difficile non comprenderne e condividerne lo slancio ideale e le finalità. Il provvedimento riporta tuttavia sul tavolo delle discussioni un tema complesso, già oggetto di un ampio dibattito nel 2007 (quando fu fatta un’analoga proposta dall’allora ministro della Giustizia): la possibilità che una verità storica possa essere stabilita per legge. Già all’epoca un nutrito gruppo di storici firmò un appello prendendo una posizione radicalmente contraria e affermando, tra l’altro, che “Ogni verità imposta dall’autorità statale […] non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale”. La tentazione di ‘tribunalizzare’ la storia del resto, di lasciare che le leggi penali si inseriscano laddove l’operazione conoscitiva è meno efficace può sembrare talvolta una scorciatoia: condannare può essere più ‘facile’ che comprendere fino in fondo i fenomeni e trarne nutrimento profondo per il futuro (si veda a questo proposito La storia che giudica, la storia che assolve di Odo Marquard , Alberto Melloni). Inoltre l’articolo 21 della Costituzione non pone limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, per quanto opinabile o moralmente criticabile esso sia. E in questo senso vanno anche ridimensionate le recenti polemiche sorte, a torto o a ragione, in seguito alle affermazioni di Piergiorgio Odifreddi che nel suo blog aveva espresso una sorta di ‘agnosticismo’ rispetto all’esistenza delle camere a gas.

Un male sociale e culturale andrebbe combattuto con gli strumenti dell’educazione, dell’informazione e della cultura piuttosto che con quelli giuridici: sanzionarlo penalmente rischia inoltre di non portare ai risultati sperati. La posizione espressa da Stefano Rodotà sei anni fa (“Siamo di fronte a una di quelle misure che si rivelano al tempo stesso inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi”) appare ancora più fondata se dalle considerazioni di ordine concettuale e intellettuale si passa a osservazioni di carattere più pratico e concreto: l’istituzione del reato di negazionismo non ha impedito in altri Paesi l’insorgere di movimenti nazifascisti con connotazioni xenofobe e antisemite, mentre gli storici negazionisti hanno spesso ottenuto una insperata pubblicità calandosi nell’inedito ruolo di vittime, paladini perseguitati della libertà di pensiero