11 luglio 2016

Le radici sociali dell'ultradestra occidentale

di Fortunato Musella

È la prima volta che la destra radicale arriva così vicina al potere, in così tante democrazie occidentali. Negli Stati Uniti Donald Trump riesce a vincere le primarie con un mix di xenofobia, aggressività e scorrettezza. Un recente volume americano coglie l'essenza dei suoi discorsi politici: «Trump contro tutti»*. Nel vecchio continente, teatro dei regimi autoritari del ventesimo secolo, il populismo radicale attecchisce, dalla Francia di Marine Le Pen all'Inghilterra di Nigel Farage, sino all'Austria di Hofer con le presidenziali ora da rifare. Si propone come forza di governo, oltre che di protesta. Già modifica gli equilibri delle nostre democrazie, e ne condiziona le scelte maturate nel corso di decenni: la clamorosa Brexit britannica ne è sin qui uno dei segnali più evidenti. Non si tratta però solo di un revival di forze politiche e temi del passato, ma di un fenomeno del tutto nuovo per origine, entità, prospettive. Che affonda le radici in cambiamenti strutturali della società, il cui disagio la destra radicale riesce a intercettare ed esprimere.

Attingendo al populismo come spirito del tempo, la nuova famiglia di partito di estrema destra trova infatti un punto di contatto nella crescente insoddisfazione per la politica occidentale – e i suoi risultati. Le nuove formazioni incanalano la rabbia sociale e le ansie di una società a contatto con problemi nuovi, dalla crisi economica alla globalizzazione. Spaesata per il declino delle appartenenze collettive: non a caso i partiti politici, gli attori che in passato hanno permesso la partecipazione politica delle masse, sono sempre più in affanno, soprattutto rispetto al rapporto con l'elettorato. A ciò si aggiunga il nuovo senso di insicurezza, proprio della stagione iniziata con la caduta delle Torri Gemelle, e che trova ora nel Bataclan un nuovo simbolo della fragilità occidentale. Dettato dalla paura e dalla chiusura verso il diverso, il voto per l'ultradestra esprime così il disagio più che la fiducia in un'alternativa storica.

In una società sempre più individualizzata**, e sfiduciata rispetto agli attori e ai processi di intermediazione politica tradizionali, i leader rappresentano gli unici in grado di ricucire, sullo scenario democratico, un senso di identità collettiva. Di fatto, a sinistra come a destra dello spettro politico, una concezione plebiscitaria della politica sta attribuendo la preminenza ai capi politici sull'arena elettorale così come su quella di governo. È proprio in questo contesto che i partiti di destra radicale presentano un vantaggio competitivo. I loro leader usano un linguaggio semplice e diretto, ideale per parlare all'uomo della strada e a stimolarne gli impulsi emotivi. Con immagini e slogan fatti per infervorare la folla più che l'elettorato di opinione. Nemici veri e immaginari, cui riferire la rabbia e le paure collettive. E continui richiami al popolo, alla sua originaria purezza e alla sua sovranità da restaurare, secondo una linea retorica che può apparire a tratti iperdemocratica.

Resta però molto controverso il rapporto dell'ultradestra con le procedure della democrazia. Le nuove destre ben si adattano alle regole della competizione democratica. Riportando in molti casi consensi a doppia cifra. Mostrano però grande insofferenza per le procedure decisionali della democrazia, di cui propongono il superamento. Meccanismi di indirizzo politico più rapidi, e rispondenti alla volontà popolare, ne dovrebbero prendere il posto. Fornendo tuttavia il passepartout per eludere il sistema di controlli e contrappesi sul quale si regge lo Stato di diritto. Per queste ragioni la sfida dei nuovi partiti di destra può essere molto insidiosa per le democrazie, perché muove dal suo interno e ne prende a prestito gli strumenti di acquisizione del consenso. Una sfida senza precedenti storici.

 

* G. Beahm, Trump contro tutti. Le parole e le idee che infiammano la politica americana, Milano, Rizzoli, 2016.

** Zygmunt Bauman direbbe addirittura “società liquida”, cfr. Liquid modernity, New York,John Wiley & Sons, 2013.

 


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