12 febbraio 2020

Lo scontro sulla prescrizione divide la maggioranza

Lo scontro sulla prescrizione, intorno al quale ruota da settimane il dibattito politico italiano, non si è ancora concluso nonostante l’apprezzamento da parte di Italia viva rispetto alla decisione del governo di non inserire il lodo Conte bis nel decreto Milleproroghe. Ma l’accordo raggiunto sulla prescrizione da Movimento 5 stelle, Partito democratico e Liberi e uguali a cui si oppone Italia viva non è affatto superato: i suoi contenuti potrebbero essere inseriti in un disegno di legge sottoposto al Consiglio dei ministri di giovedì 13 febbraio insieme al profilo generale della riforma del processo penale.

Il discusso lodo Conte bis stabilisce una distinzione tra condannati e assolti con il blocco del decorrere della prescrizione soltanto per i primi; inoltre, in questa ipotesi, se l’imputato viene assolto in secondo grado può recuperare i termini di prescrizione che erano stati bloccati dopo la condanna. In sostanza il blocco della prescrizione sarebbe definitivo soltanto in caso di doppia condanna, in primo e in secondo grado. Nonostante queste modifiche, Matteo Renzi e Italia viva considerano questo compromesso come inaccettabile ed estraneo al dettato della Costituzione. La maggioranza potrebbe spaccarsi definitivamente, aprendo una crisi di governo che difficilmente potrebbe avere un esito diverso da un ricorso al voto. D’altra parte, in commissione congiunta Affari costituzionali e Bilancio alla Camera, Italia viva ha votato con le opposizioni a favore di un emendamento di Riccardo Magi (+Europa) nel tentativo, fallito per pochissimi voti, di sospendere fino al 2023 la riforma sulla prescrizione. Anche il cosiddetto lodo Annibali, che analogamente voleva rinviare di un anno l’entrata in vigore della legge, è stato respinto dal governo. Il risultato è che lo scontro fra chi voleva cambiare, sia pur parzialmente la legge, e chi la vorrebbe abolire o almeno rimandarne l’entrata in vigore ottiene per ora il risultato paradossale di lasciare le cose come stanno. Lo stallo però durerà poco e giovedì, necessariamente, con una rottura o con un compromesso, la situazione dovrebbe sbloccarsi.

Questa situazione è il punto di arrivo di un progressivo deteriorarsi della compattezza della maggioranza di governo. Il dibattito sui tempi della prescrizione in ambito penale è diventato da diverse settimane centrale nella vita politica italiana; si sono creati schieramenti che non corrispondono agli equilibri di governo e le ripercussioni di questo confronto possono segnare l’esaurirsi dell’attuale maggioranza. La prescrizione nel diritto penale determina l’estinzione del reato e quindi del diritto a perseguirlo a causa del trascorrere di un determinato periodo di tempo. Si tratta dunque in primo luogo di una forma di garanzia per gli imputati in quanto li protegge contro l’eccessiva lunghezza dei processi; al tempo stesso è uno strumento che lo Stato può utilizzare quando non esiste più un interesse pubblico a perseguire alcuni specifici reati. Dal 1° gennaio 2020 è entrata in vigore la riforma della prescrizione approvata dal primo governo Conte lo scorso anno, definita all’interno della legge 9 gennaio 2019, n. 3, Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici; i provvedimenti relativi alla prescrizione fanno dunque parte della legge cosiddetta anticorruzione. La nuova normativa che si applica ai reati compiuti a partire dal 1° gennaio 2020 prevede il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado indipendentemente dall’esito, di condanna o di assoluzione. In virtù di quanto disposto, la prescrizione del reato non può più quindi maturare in appello (che era il caso più frequente) o in cassazione.

Gli effetti potranno vedersi solo con il tempo; secondo i promotori della legge, tra cui ovviamente il ministro della Giustizia Bonafede, questa riforma impedisce che i colpevoli restino impuniti, sfruttando a loro vantaggio l’eccessiva durata dei processi; secondo le voci contrarie, la principale conseguenza della riforma sarà un generale allungamento dei tempi della giustizia. Alla legge si è opposta la grande maggioranza degli avvocati italiani; il loro dissenso ha assunto forme clamorose in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. Hanno avanzato dubbi anche molti magistrati, tra cui Roberto Alfonso, procuratore generale di Milano, che ha parlato di «rischi di incostituzionalità» e il primo presidente della Corte suprema di cassazione Giovanni Mammone che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha paventato un «significativo incremento del carico penale per via del venir meno delle prescrizioni». Questa insoddisfazione ha trovato un’eco nel mondo politico, dove soltanto il Movimento 5 stelle sembrava sposare del tutto la logica del provvedimento, poiché gli attuali alleati di governo, all’epoca dell’approvazione all’opposizione, lo avevano avversato; contrario anche il centrodestra.

I sondaggi sull’orientamento dell’opinione pubblica mostrano che c’è poca conoscenza del tema, ma prevale nettamente un atteggiamento favorevole all’impostazione del ministro Bonafede; buona parte dei cittadini italiani sembra in questo momento più sensibile alla necessità della certezza della pena rispetto ai vincoli introdotti a garanzia degli imputati. Nondimeno le contrarietà del mondo giudiziario e le perplessità diffuse nel mondo politico, hanno posto in discussione la legge appena entrata in vigore. Il dibattitto ha soprattutto attraversato la maggioranza di governo, che è sembrata divisa su questo punto. In questo contesto è maturata una mediazione: la legge verrebbe modificata introducendo soltanto dopo una sentenza di condanna in primo grado il blocco della prescrizione, che diverrebbe definitivo dopo una seconda condanna in appello. Questo accordo, definito lodo Conte bis, prende nome non dal presidente del Consiglio, ma dal deputato di Liberi e uguali Federico Conte e nasce da un’intesa fra Movimento 5 stelle, Partito democratico e Liberi e uguali. Il lodo Conte bis è però avversato dal movimento guidato da Matteo Renzi, che lo definisce incostituzionale e vuole il superamento della riforma Bonafede o almeno il rinvio della sua applicazione. La prescrizione sta provocando una difficile navigazione dell’attuale maggioranza che potrebbe esplodere nel Consiglio dei ministri del 13 febbraio; le questioni di principio sulla prevalenza delle garanzie per i cittadini tendono a sovrapporsi a considerazioni più immediate, che riguardano la sopravvivenza del governo di Giuseppe Conte e della stessa legislatura.

 

Crediti immagine: Succo, attraverso pixabay.com

0