26 febbraio 2020

Lo sport ai tempi del Coronavirus

La partita più attesa del Campionato di calcio 2019-20 si disputerà a porte chiuse e – con una notevole mossa propagandistica – verosimilmente sarà trasmessa in diretta televisiva in chiaro, non dunque a pagamento: lo sport ai tempi del Coronavirus, almeno in Italia, si sostanzia nelle decisioni che ruotano attorno a Juventus-Inter, il big match di Serie A di domenica 1° marzo, in programma a Torino. Nell’immaginario collettivo si tratta del più significativo degli eventi sportivi che subiranno gli effetti della causa di forza maggiore, la salute pubblica e il contenimento dell’epidemia da Covid-19, ma a cascata gran parte degli eventi agonistici delle regioni del Nord (e non solo) si trovano a modificare i propri programmi: nel calcio domenica 23 febbraio sono saltate numerose partite in tutte le categorie, la prossima giornata di campionato vedrà sfide senza pubblico in cinque regioni (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Veneto e Piemonte); volley, rugby e nuoto hanno bloccato almeno sino al 1° marzo le attività agonistiche, e anche la pallacanestro, martedì 25 febbraio, ha ufficializzato il blocco dei tornei. Insomma, un calendario più che dimezzato per il calcio e una singolare sospensione per gran parte degli altri sport. In Asia, già erano saltate la maratona di Hong Kong (9 febbraio), i Mondiali indoor di atletica previsti a Nanchino a marzo (rinviati al 2021), il Gran premio della Cina di Formula 1 (originariamente previsto per metà aprile), mentre sono stati posticipati gli inizi dei campionati di calcio giapponese e sudcoreano e i Mondiali di tennistavolo in Corea del Sud, giusto per citare alcuni degli appuntamenti più rilevanti.

Tornando all’Italia, le ordinanze del ministero della Salute e delle regioni coinvolte, il decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6 Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 e le relative disposizioni attuative, prevedono in effetti la «sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi  natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo  pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico», in virtù della «straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, adottando misure di contrasto e contenimento alla diffusione del predetto virus». Ora, al di là della confusione generata prima dei chiarimenti applicativi su quali attività potessero proseguire regolarmente, è rilevante notare come lo sport professionistico, o comunque quello di vertice, a causa dell’emergenza sanitaria sia stato sostanzialmente costretto a fare i conti con la realtà nella quale si situa e dalla quale non è una attività a sé stante.

Lo sport, insomma, è inserito e immerso in un contesto che, talvolta, esplicita quanto il quadro generale sia più importante delle consuetudini e dei lustrini, spesso artefatti e non di rado iperbolici, dello show business. Che lo spettacolo debba sempre continuare, in poche parole, non corrisponde completamente a verità: se questa volta è stato il Coronavirus a costringere lo sport italiano a rivedere i propri calendari e le proprie modalità di fruizione (le sfide senza pubblico, in questo caso, perché è l’esodo di migliaia di persone ad essere considerato comportamento a rischio), già in altre occasioni e per altri motivi lo sport si è dovuto piegare all’ubi maior della realtà che lo circonda, infine alle decisioni dei governi.

Accade in tutto il mondo a macchia di leopardo, e anche con una certa frequenza, ma solo raramente ci si riflette: dalla politica alla diplomazia, sino alle esigenze di protezione civile, si pensi ai postumi di un sisma, ad esempio, sono numerose le variabili della attualità hic et nunc che finiscono per incidere sullo sport. Il caso più eclatante riguardò, l’11 settembre 2001 e i giorni successivi, le cancellazioni e i rinvii di eventi sportivi in tutto il mondo in seguito agli attentati terroristici che avevano colpito gli Stati Uniti: in Europa venne affetta anche la Champions League, che vide il rinvio delle sfide del 12 settembre, mentre la sera dell’11 settembre stesso a Roma, in un clima piuttosto surreale sugli spalti, si disputò comunque un Roma-Real Madrid difficile da dimenticare per il contesto in cui si giocò. Fu l’incertezza a regnare in quel momento, così come, per motivi decisamente differenti, nel settembre 1985 e per diverse settimane, a causa del terremoto che aveva colpito il Messico, si erano sollevati dubbi sulla possibilità della nazione centroamericana di ospitare i Mondiali di calcio del 1986, i quali avevano già cambiato organizzatore rispetto alla sede originariamente prevista, la Colombia, che si era tirata indietro quattro anni prima per questioni meramente politiche. I terremoti, già: l’Italia ne sa qualcosa, e lo sport più volte si è fermato in diverse aree colpite, così come, nel marzo 2011, la J League giapponese venne fermata a seguito del disastroso sisma del Tohoku.

Una delle più storiche corse rallystiche internazionali, la Dakar, saltò a poche ore dal via, nel 2008, per il pericolo terrorismo in Mauritania, una delle tappe della corsa, teatro nelle settimane precedenti di attentati che avevano visto quali vittime cittadini europei. Il rischio terrorismo, fra i tanti casi, fece posticipare un Galatasaray-Juventus inizialmente prevista a Istanbul nel novembre  2003, ma cinque anni prima la medesima partita era saltata per motivi diplomatici, e qui la situazione è, se si vuole, ancora più interessante ed emblematica: era il 1998, e la partita era in calendario nel pieno delle tensioni scatenate dalla presenza in Italia di Abdullah Öcalan, leader del PKK (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) la cui permanenza in Italia nell’autunno 1998 creò due mesi di rilevanti tensioni tra Roma e la Turchia e una pressante campagna mediatica anti-italiana orchestrata dai media turchi. La partita si sarebbe disputata poi una settimana più tardi, in uno stadio blindato.

Si tratta giusto di alcuni esempi, in gran parte italocentrici, di un corpus in realtà vastissimo: attorno allo sport c’è un mondo. C’è il mondo, per meglio dire.

 

Immagine: I sedili di rappresentanza nei colori blu e rosso allo stadio San Siro di Milano (22 giugno 2018). Crediti: Artorn Thongtukit / Shutterstock.com

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