18 luglio 2019

Lo sterminio degli elefanti per il commercio dell’avorio

Gli elefanti sono tra gli animali più antichi del nostro pianeta: esistevano, infatti, già diversi milioni di anni fa, ma oggi le uniche due specie rimaste (quello africano, che è il più grande mammifero terrestre al mondo, e l’asiatico, più piccolo) sono a rischio estinzione; tra le cause principali la deforestazione del loro habitat naturale e soprattutto il bracconaggio, che ogni anno causa la morte di circa 20.000 elefanti africani.

In Kenya, la caccia agli elefanti venne bandita già nel 1973, ma senza alcun successo in quanto rimaneva legale il commercio dell’avorio e, anzi, gli anni Ottanta videro un aumento della diffusione del fenomeno del bracconaggio a causa dell’aumento del prezzo dell’avorio e una conseguente vera e propria carneficina di elefanti, che morivano al ritmo di uno ogni dieci minuti, uccisi per poter ricavare dalle loro zanne l’avorio destinato spesso alla fabbricazione di oggetti sacri.

Per cercare di porre un freno, nel 1989 George H.W. Bush vietò, in modo unilaterale, l’importazione dell’avorio. E, con gesto spettacolare, il 18 luglio dello stesso anno Richard Leakey, a capo del dipartimento per la gestione e la conservazione della fauna selvatica in Kenya, decise (in accordo con l’allora presidente del Paese) di dare alle fiamme le 12 tonnellate di avorio illegale che nel tempo era stato confiscato. Nonostante l’avorio sia un materiale difficile da bruciare, la scelta di non distruggerlo in altro modo fu politica e a elevatissimo impatto mediatico: le immagini dei roghi in Kenya fecero il giro del mondo suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica. Il loro scopo era quello di impedire che anche i Paesi compratori, interessati a nascondere o quanto meno a minimizzare l’intera faccenda per interessi economici, potessero continuare a far finta di non conoscere la reale entità del fenomeno del bracconaggio e il numero abnorme di animali uccisi.

L’iniziativa, così clamorosa, ebbe successo e, infatti, proprio a seguito di quel rogo la CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of wild fauna and flora), la Convenzione sul commercio internazionale di specie della fauna e della flora in via di estinzione, proclamò un bando internazionale: tale iniziativa risultò efficace, ma sono temporaneamente, e rappresentò di fatto soltanto una pausa e non un’interruzione definitiva del bracconaggio.

Infatti, diversi Paesi africani (Zimbabwe, Botswana, Namibia, Zambia e Malawi) chiesero e ottennero una sorta di riserva speciale. Siccome, a loro dire, gli elefanti (presenti in gran numero nei loro Paesi) erano in piena salute e non minacciati in alcun modo dal commercio dell’avorio, questi Stati ebbero il permesso di continuare a vendere (inizialmente esclusivamente al Giappone, poi anche alla Cina) il cosiddetto avorio “legale”: prelevato cioè da animali morti per cause naturali o uccisi per la necessità di ridurre i branchi.

In realtà le sempre crescenti richieste dei compratori hanno, nel tempo, causato la parallela crescita di un mercato nero e una recrudescenza del fenomeno del bracconaggio, di fatto mai veramente interrottosi, come attività estremamente remunerativa, usata anche per finanziare, attraverso appunto gli ingenti ricavi della vendita illegale dell’avorio, anche le guerre civili locali.

Negli ultimi anni governi, ambientalisti e organizzazioni non governative hanno messo in atto altri roghi d’avorio (il più grande in Kenya nel 2016, durante il quale ne furono bruciate addirittura 105 tonnellate): il messaggio che si vuole mandare ai bracconieri, e anche ai Paesi che vorrebbero continuare ad arricchirsi con quel commercio, è l’inutilità di quella attività.

Inoltre il WWF e altri enti internazionali che operano nel continente africano lavorano il più possibile sul fronte della prevenzione e della salvaguardia, avviando iniziative come il MIKE (Monitoring Illegal Kill Elephant Programme) che non solo tiene traccia dei dati sulla mortalità degli elefanti, ma si affianca ai governi locali fornendo loro supporto per disincentivare le attività economiche e i conflitti legati all’uccisione illegali di questi animali e, in generale, al fenomeno del bracconaggio.

 

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