26 gennaio 2015

Martirio e violenza da Kolbe a Romero

di Lucia Ceci

Il portale dell’ingresso occidentale di Westminster, dalla fine del secolo scorso, ricorda con dieci statue i «martiri del Novecento». Il più noto è Martin Luther King, ma la galleria raccoglie cristiani di diverse confessioni, uccisi per la loro fede nei cinque continenti. Anglicani, luterani, ortodossi, cattolici. Vittime dell’odio razziale, del fondamentalismo, delle dittature, dei totalitarismi.

Tra loro il pastore Dietrich Bonhoeffer, condannato a morte da un tribunale nazista e impiccato il 9 aprile 1945 per avere aderito alla congiura per eliminare Hitler. Massimiliano Kolbe, il francescano polacco ucciso ad Auschwitz il 14 agosto 1941 con una iniezione di acido fenico, essendosi offerto di sostituire un prigioniero condannato insieme ad altri nove a morire di fame. Monsignor Oscar Romero, l’arcivescovo cattolico freddato sull’altare a El Salvador il 24 marzo 1980, di cui la Congregazione delle cause dei santi ha riconosciuto il martirio formale e materiale in odium fidei l’8 gennaio di quest’anno, al termine di un travagliato percorso. Anche nel mondo luterano erano occorsi molti anni per collocare Bonhoeffer nella schiera dei martiri cristiani, non in quella dei martiri canonici che è estranea al protestantesimo. C’era qualcosa di sovversivo nelle scelte che ne avevano provocato la morte: martire o ribelle? In senso stretto, per il comune cittadino tedesco, Bonhoeffer era stato punito per aver violato le leggi del Terzo Reich. Si discusse anche sul testo da apporre sulla sua lapide, ma alla fine prevalse il martire e nella chiesa del villaggio di Flossenbürg si scolpì: «Dietrich Bonhoeffer testimone di Cristo tra i fratelli». Pure Romero fu accusato di fare politica, di inneggiare alla ribellione contro il governo, di anteporre la rivoluzione alla rivelazione. Mentre, nel 2011, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha canonizzato laicamente Romero dichiarando il 24 marzo, data della sua morte, “Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e la dignità delle vittime”, solo in questi giorni di inizio gennaio in Vaticano si è riusciti a fare il passo decisivo sanzionando che l’arcivescovo non fu ucciso per le sue posizioni politiche, ma per il suo amore per la giustizia e la profonda carità verso i più deboli. La decisione, fortemente sostenuta da papa Francesco, rappresenta un passo importante perché la «fabbrica dei santi» è certamente ermeneutica del passato, ma è anche funzionale a un più complesso disegno di ricollocazione della Chiesa cattolica all’interno di una società secolarizzata e globale. Non a caso il rilancio della «fabbrica dei santi» è stato uno dei tratti caratterizzanti del pontificato di Giovanni Paolo II che, con la proclamazione di 1345 beati e 483 santi, risulta essere il papa più industrioso nella storia bimillenaria della Chiesa. La prima canonizzazione di un martire da parte di Wojtyla, destinata a fare giurisprudenza perché avrebbe dilatato le categorie poste a fondamento di questa tipologia di santo, fu proprio quella di Kolbe, che il papa polacco proclamò «santo e martire» il 10 ottobre 1982, in antitesi con il parere dei periti della Congregazione per le cause dei santi, che, con Paolo VI, aveva beatificato il francescano come «confessore della fede», ritenendo che nella sua uccisione da parte dei nazisti mancasse l’elemento dell’odium fidei. Con questa forzatura Wojtyla assegnava alla vicenda di Kolbe, che nel discorso ai pellegrini polacchi convenuti a Roma per la canonizzazione egli definì «martire di Auschwitz», una specifica progettualità pastorale e politica. Non solo il papa polacco rendeva più fluido il confine tra il santo martire e l’eroe, non solo additava l’immagine di una Chiesa vittima della barbarie nazista e vicina ai più deboli, ma nell’Europa divisa ancora in due blocchi attribuiva alla Polonia una funzione messianica e propulsiva nella lotta contro il totalitarismo comunista, legata alla stessa missione del pontefice.   L’accertamento del martirio di Oscar Romero da parte della Congregazione delle cause dei santi, passato pressoché inosservato sui media per la coincidenza della sua pubblicazione con gli attentati di Parigi, è forse il primo tassello della politica delle canonizzazioni di papa Francesco. Certo, come ricordava nell’estate 2013 Gerhard Ludwig Müller, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, le verifiche per il nihil obstat dottrinale al processo di beatificazione di Romero hanno avuto un’accelerazione già con Benedetto XVI. Ma è indubbio che la spinta decisiva è stata impressa da Bergoglio che in più occasioni ha invitato i postulatori a «muoversi». Papa Francesco ha citato Romero e il tema del martirio anche il 6 gennaio di quest’anno, nel corso di un’udienza generale sulla famiglia, tutta dedicata alle madri. «Le mamme – ha detto il papa leggendo un brano dell’omelia pronunciata nel 1977 dall’arcivescovo salvadoregno per il funerale di un sacerdote ucciso dagli squadroni della morte – vivono un martirio materno». E i cristiani, come le madri, devono essere disposti ad avere «spirito di martirio», a dare la vita a poco a poco: «nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere». Madre – ha aggiunto Bergoglio – è la Chiesa, madre è Maria. E al termine dell’udienza papa Francesco ha ricordato il settantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. Questo il 6 gennaio, il giorno prima della strage di Charlie Hebdo. Due giorni prima dell’annuncio che Romero era martire. Poi, nel viaggio di ritorno dallo Sri Lanka, l’infelice frase sulla legittimità del pugno a chi dice la parolaccia alla mamma. Certo, si dirà, Bergoglio ci ha abituato a un linguaggio pop. E a un insegnamento incentrato più sull’ortoprassi e sulle sue dimensioni simboliche che su specifici interventi dottrinali. Madre sarà anche la Chiesa. Madre sarà anche Maria. Ma ai martiri del pugno preferiamo gli eroi dei diritti umani. Anche se ci ostiniamo fortemente a immaginare, con Brecht, di non avere più bisogno di martiri. Né di eroi.


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