02 febbraio 2015

Mattarella, don Ciotti e la resistenza

di Alessandro Casellato

L’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e il suo primo gesto pubblico di omaggio alle vittime delle Fosse Ardeatine coronano un processo che era ormai ben visibile da anni nella società italiana: le persone che in questa fase storica sembrano più in grado di “dare corpo” – ovvero di prestare un volto e una storia anche personale – alle istituzioni e ai valori repubblicani sono esponenti di cultura cattolica, quando non sono addirittura dei preti. La stagione dei Ciampi e dei Napolitano – nobili epigoni della cultura azionista e comunista – sembra essersi consumata tutta sul piano politico-istituzionale. Fuori dai palazzi, il processo di evaporazione della sinistra laica dai suoi insediamenti sociali ha lasciato un vuoto anche a livello narrativo – la capacità di parlare al popolo italiano – che la Chiesa sta colmando in prima persona, con effetti imprevedibili fino a poco tempo fa. Prendiamo il campo simbolico della Resistenza. Dieci anni fa lo storico Sergio Luzzatto osservava che l’antifascismo stava vivendo una crisi quasi irreversibile. Il passaggio di memoria tra generazioni era riuscito nel 1960, quando i giovani riscoprirono l’antifascismo come sinonimo di cambiamento e modernità; venne poi rinnovato tra alti e bassi fino al 1994, quando la grande manifestazione del 25 aprile a Milano diede il via a un’ultima stagione di piazze piene ispirate dall’antiberlusconismo; ma all’inizio del Duemila pareva sul punto di interrompersi definitivamente. Il capitale simbolico della Resistenza non aveva più molto valore al di fuori di cerchie sempre più ristrette di aficionados. Lo stesso maggiore partito che si richiamava alla sinistra sentiva il linguaggio dell’antifascismo come esausto, inadeguato ai tempi nuovi. Cominciò allora, a fronte di una progressiva messa in liquidazione, una parallela supplenza cattolica sul piano dei valori repubblicani. È significativo che dal 2002 a oggi l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia sia stato rappresentato ai suoi vertici da tre esponenti di un cattolicesimo politico tanto orgoglioso quanto saldamente “repubblicano”: Oscar Luigi Scalfaro, Tina Anselmi, Valerio Onida. Ma anche in periferia si sono verificate dinamiche analoghe, leggibili sempre meglio con il passare degli anni. Negli ultimi tempi i segnali sono stati numerosi, e in contesti politicamente molto diversi, a indicare – appunto – la dismissione da una parte, e la supplenza dall’altra. Il 7 gennaio, a Reggio Emilia, città dei fratelli Cervi e ora di Graziano Delrio, la lectio magistralis su “L’educazione al Tricolore” è stata affidata al vescovo Massimo Camisasca, su iniziativa del Comitato Primo Tricolore. Il 27 gennaio, a Padova, città da poco passata in mani leghiste, il partecipatissimo Giorno della memoria “dell’opposizione” è stato organizzato dal prete di strada e pacifista don Albino Bizzotto, dando la parola insieme a tutte le vittime della Shoah: ebrei, rom, disabili e omosessuali. Un momento importante di questo processo di riattualizzazione del codice repubblicano da parte cattolica si è avuto lo scorso 14 settembre, in occasione della cerimonia per il 70° del rastrellamento nazifascista in Cansiglio. In uno dei luoghi canonici della memoria resistenziale, le associazioni partigiane hanno chiamato come relatore ufficiale don Luigi Ciotti, altro celebre prete di strada impegnato da anni nel contrasto alle mafie con l’associazione Libera. Grazie a questa scelta, il numero dei partecipanti alla manifestazione – alcune migliaia di persone – era raddoppiato rispetto agli anni passati. Molti dei giovani presenti erano schierati dietro la bandiera viola di Libera.  Il giorno prima papa Francesco aveva tenuto messa nel non lontano sacrario monumentale di Redipuglia, inaugurando di fatto le celebrazioni italiane del centenario della prima guerra mondiale. I due eventi dialogarono, inevitabilmente. Ma se l’omelia del pontefice ha ripreso per molti aspetti una lettura consolidata della Grande guerra come “inutile strage”, il discorso di Don Ciotti segna forse un momento di svolta nella memoria pubblica della Resistenza (dura mezz’ora e un estratto si può ascoltare qui). Ciotti ricorda di essere nato a Pieve di Cadore ed emigrato da bambino negli anni ’50 con la famiglia a Torino, “in una baracca di legno”; dice di avere come  punti di riferimento, sullo stesso piano, Vangelo e Costituzione; parla di “un filo che lega la resistenza di allora alle resistenze di oggi, cioè l’impegno civile per un paese più libero dalle mafie, dall’illegalità, dalla corruzione, dalle ingiustizie”; cita papa Francesco che a Redipuglia ha parlato contro la guerra e portato per le lampade votive l'olio di Libera, ricavato dalle terre sottratte ai mafiosi; conclude dicendo che non ha paura della sentenza di morte da parte di Riina – a cui chiede anzi di cambiare – e che la lotta alla mafia e per la legalità e la giustizia sociale è la nuova Resistenza. È stato un discorso “memorabile” per tessitura retorica e capacità di tenere insieme personale e politico, presente e passato, oltre che di legare Nord e Sud d’Italia, collocando per la prima volta la società meridionale al centro del discorso pubblico della (nuova) resistenza. Fa ricordare altri celebri discorsi che hanno segnato nel passato l’evoluzione e la riattualizzazione della memoria dell’Italia repubblicana: quello di Piero Calamandrei nel ’55 ai giovani milanesi sulla Costituzione (“testamento di centomila morti”), o quello di Carlo Levi a Reggio Emilia sulla “nuova Resistenza”, dopo i fatti del luglio ’60. Certo, oggi rispetto ad allora le voci laiche hanno minor vigore, minore udienza e soprattutto minore capacità di farsi motore di trasformazione sociale. Per quanto possa essere frustrante e doloroso per l’Italia laica a cui molti di noi sono ancora votati, pare proprio che l'ultima organizzazione socialmente radicata disponibile a farsi carico di alimentare con nuovo combustibile quella memoria pubblica dell’antifascismo che dieci anni fa era data per moribonda sia rimasta la Chiesa cattolica.


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