6 aprile 2018

Mediare nella famiglia che si divide

di Nicola Boccola

Grandi occhiali rettangolari e sorriso gioviale. Appassionato di fotografia e devoto cristiano. Non si hanno molte informazioni sulla vita di O.J. Coogler detto Jim, l’avvocato di Atlanta che nel 1975 creò la Family Mediation Association e, di fatto, quella nuova professione che nei decenni successivi si sarebbe propagata nel mondo occidentale. I colleghi concordano sulla spinta iniziale: fu il proprio amaro divorzio, particolarmente conflittuale, a convincerlo che il ricorso alla giustizia facesse vincere una parte e soccombere l’altra, favorendo il perpetuarsi delle ostilità. Coogler applicò le tecniche di mediazione – apprese in California durante i suoi studi all’istituto Esalen – alle separazioni, creando un percorso rigidamente strutturato e finalizzato ad aiutare i coniugi a raggiungere accordi rispettosi dei propri bisogni e soprattutto di quelli dei figli. Coogler considerò una vera missione la divulgazione dei benefici della mediazione familiare, tanto da influenzare l’opinione pubblica statunitense e fare scuola; tra i suoi allievi Haynes – autore con l’italiana Isabella Buzzi del più diffuso volume di mediazione nel nostro Paese – che propose il modello di mediazione negoziale, basato sulle tecniche del problem solving e sulla minimizzazione degli aspetti della storia di coppia. Negli stessi anni in Canada si andò affermando, grazie a Irving e Benjamin, il modello terapeutico, che invece sottolineava la necessità di affrontare i nodi emotivi personali e legati alle famiglie di origine.

In Europa la mediazione familiare arrivò nel decennio successivo e in forma integrata, mettendo insieme le componenti giuridiche e psicologiche dell’intervento: fondamentale fu il ruolo della francese Annie Babu, che diede impulso decisivo alla creazione nel 1992 della Carta e poi del Forum europeo per la formazione e la ricerca – cui si deve la definizione più utilizzata di mediazione e lo sforzo di rendere omogenea la formazione e la pratica in Europa.

In Italia si guardò con particolare attenzione alle esperienze francesi, e fu grazie alle personalità degli psicologi Fulvio Scaparro e Irene Bernardini che nacque a Milano, nel 1989, il Centro GeA (Genitori Ancora), primo servizio comunale di mediazione familiare italiano, tuttora attivo. Gli anni Novanta videro un grande fermento nel nostro Paese: il gruppo dell’Università Cattolica di Milano composto da Cigoli, Scabini e Marzotto sviluppa il modello transizionale-simbolico, efficacemente applicato da Enza Musolino nel primo centro privato di mediazione, a Roma nel quartiere Prati. Nella Capitale fu rilevante anche l’IRMeF (Istituto per la ricerca e la formazione sulla mediazione familiare) servizio di mediazione familiare nato all’interno del centro clinico di terapia familiare della Sapienza: l’esperienza condotta da diverse personalità – Annamaria Dell’Antonio, Ritagrazia Ardone, Marisa Malagoli Togliatti, Silvia Mazzoni – portò al grande convegno internazionale dell’Università nel 1993, e due anni dopo alla fondazione della prima associazione di mediatori (SIMeF, Società italiana di mediazione familiare, a cui nel 1999 seguì l’AIMeF, Associazione italiana mediatori familiari, ad oggi la più cospicua numericamente con oltre 2000 soci) e alla creazione del centro di eccellenza di Villa Lais. Nel 1997 approdava la legge 285 di Livia Turco a tutela dell’infanzia, che garantiva consistenti risorse economiche anche ai centri di mediazione; di lì a poco l’Unione Europea pubblicava la prima di molteplici raccomandazioni agli Stati membri affinché promuovessero servizi di mediazione.

Al fervore scientifico di quegli anni tuttavia non è mai seguita un’adeguata attenzione dalla politica. Negli anni Duemila la mediazione familiare è stata solo sfiorata dai provvedimenti legislativi – la fondamentale legge sull’affido condiviso del 2006 fa riferimento solo a non meglio precisati esperti – e bisogna attendere il 2013 perché la disciplina ottenga lo status di professione non regolamentata, sottoposta al ministero dello Sviluppo economico. Numerose sono state le proposte di legge susseguitesi nell’ultimo ventennio, e nel 2016 sembrava imminente la sua definizione normativa grazie alla proposta dell’attuale presidente AIMeF Federica Anzini, che si sarebbe poi persa nei corridoi dei nostri palazzi. Nello stesso anno si è approdati alla Norma UNI, che ha definito formazione e pratica della mediazione; manca però, secondo gli addetti ai lavori, un riferimento alla necessità di sollecitare istituzionalmente le coppie alla mediazione, ad esempio con un primo incontro informativo gratuito. Malgrado l’efficacia della pratica il suo esercizio, al momento, è legato alla conoscenza e alla volontarietà da parte degli utenti: un’accessibilità da élite socioculturale, considerando che proprio al momento della separazione si raggiunge il culmine del risentimento e della volontà di ricorrere a strumenti di offesa.

Le statistiche sulla violenza italiana ci dicono che, malgrado il costante calo di omicidi volontari nel nostro Paese, crescono quelli legati al contesto familiare: l’accesso alla negoziazione del terzo neutrale permette di abbattere i livelli di conflittualità, tranne quando ci sia un’evidente sproporzione di potere – il caso di un coniuge violento. La diffusione capillare della mediazione familiare avrebbe un grande potere preventivo, e consentirebbe di concentrare le sempre più esigue risorse del sistema giudiziario e delle forze di sicurezza sui casi più gravi.


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