28 giugno 2018

Mobilità sociale: ascensore rotto?

C’è una sorta di ‘pavimento colloso’ – così lo definisce l’OCSE – che impedisce alle persone che si trovano nella fascia bassa di reddito di salire, così come c’è un corrispondente ‘soffitto colloso’, dove si coagulano opportunità e opzioni, che mantiene chi si trova nella fascia alta nella propria postazione: il titolo del rapporto OCSE sulla mobilità sociale da poco rilasciato, Un ascensore sociale rotto?, pone in realtà una domanda retorica: dai dati emersi dall’indagine in Italia la condizione economica delle persone è fortemente collegata alla ‘base’ di partenza, ovvero a quella dei propri genitori, e potrebbero essere necessarie 5 generazioni per i bambini nati in famiglie a basso reddito (il 10% più povero della popolazione) per raggiungere il reddito medio.

Difficile insomma sfuggire al proprio ‘destino’: più che di mobilità sociale bisognerebbe quindi parlare per l’Italia di immobilità sociale, dal punto di vista dell’istruzione, dell’occupazione e della retribuzione. Solo il 6% delle persone i cui genitori non hanno un diploma di scuola superiore riesce ad arrivare alla laurea, mentre il 42% non va oltre il titolo di studio dei genitori. Il 40% dei figli di lavoratori manuali continua a fare un lavoro manuale e il 31% dei figli di coloro che hanno una retribuzione bassa permane allo stesso livello di reddito. E se è vero che per molti aspetti abbiamo dati simili ad altri Paesi OCSE, è anche vero che abbiamo dati sensibilmente inferiori alla media soprattutto per quanto riguarda l’istruzione; e ci sono pur sempre i ‘virtuosi’ Paesi nordici come Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia dove per cambiare status sono sufficienti 2 o 3 generazioni.

La scarsa mobilità dal punto vista del reddito è ovviamente strettamente collegata al mercato del lavoro: nonostante la disoccupazione sia in calo, è comunque più che il doppio della media OCSE (11,2 contro 5,3%) ed è elevata soprattutto tra i giovani, e molti degli occupati hanno posizioni lavorative di bassa qualità e poche opportunità di miglioramento; l’Italia inoltre detiene il non invidiabile record di NEET, ovvero giovani che non lavorano e non studiano (tra i 18 e i 24 anni sono il 25% a fronte di una media europea del 14,3).

Ma il vero punto in cui si inceppa ‘l’ascensore sociale’ è l’istruzione, ed è da lì che bisogna ripartire secondo l’OCSE per smuovere un po’ le acque: investire in questo settore a 360 gradi, per garantire l’accesso – dagli asili nido all’istruzione terziaria – a coloro che provengono da fasce svantaggiate,  combattere l’abbandono scolastico, decisamente troppo alto, restituire dignità all’istruzione superiore (la laurea non viene percepita come un investimento redditizio, e in effetti spesso non si rivela tale). Necessario poi, sviluppare e migliorare i servizi di reinserimento nel mercato del lavoro e attivare reti di sicurezza che sostengano chi perde il lavoro nell’attesa di trovarne un altro, momento di estrema fragilità in cui il rischio di scivolare nella povertà è altissimo, innescando un meccanismo dal quale è poi difficile uscire.  


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